L’Europa federale

L’Europa federale

Il 18 aprile 1951, con il Trattato di Parigi, si costituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, per la gestione delle risorse carbo-siderurgiche, tra Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia.

È una conseguenza della Dichiarazione Schuman, dell’anno precedente, così importante che la sua data, 9 maggio, è Festa annuale dell’Europa. È breve. Consiglio di leggerla integralmente.

Si apre così “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano…L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra”. Primo passo essenziale è “l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania… Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei. La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Dopo due guerre mondiali si è compreso che sottrarre il bacino della Ruhr alla Germania ne alimenta solo il revanscismo, fino al Nazismo come infatti è accaduto. Trenta anni prima erano pochi a capirlo: Keynes, Matteotti.

In Italia l’abbiamo scritto in Costituzione: “Art. 11. L‘Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Lo dice bene Calamandrei, intervenendo sul punto e con riferimento all’auspicata federazione europea. “Come gli architetti nel costruire parte di un edificio che dovrà esser compiuto nell’avvenire lasciano nella parete destinata a servire d’appoggio certe pietre sporgenti che essi chiamano ammorsature, cosi è concepibile che nella Costituzione italiana siano inserite, in direzione della federazione non ancor nata, cosiffatte ammorsature giuridiche, che potranno domani servire di raccordo e di collegamento con una più vasta costruzione internazionale: offerte unilaterali che mostreranno fin d’ora la nostra buona volontà, e che, funzionando oggi da invito e da esempio, potranno domani, quando il nostro richiamo sarà compreso, trasformarsi in intese e, via via, in aggregati sempre più solidi e più spaziosi”.

Schuman pensa a una costruzione graduale: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. L’avvio è decisamente promettente. Già l’anno dopo gli stessi sei paesi firmano un trattato per la costituzione della CED, Comunità Europea di Difesa. Non entra in vigore per la mancata ratifica proprio della Francia. Da allora gli sforzi creativi europei non saranno più proporzionali ai pericoli e alle nuove sfide. Faticosamente le cose si sono rimesse in moto con la nascita della CEE nel ’57. La crescita, almeno in termini quantitativi, è stata notevole, addirittura impetuosa dopo il crollo del muro di Berlino. Ci sono risultati promettenti. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea – proclamata da Parlamento Commissione, Consiglio dell’UE – segna l’avvio a una Costituzione europea, per rendere “l’Europa dei diritti” non solo uno slogan. Il testo, redatto dal Consiglio e approvato dal Parlamento dell’UE nel 2004, non entra in vigore, respinto dai referendum di Francia e Paesi Bassi.

Il faticoso, incompiuto procedere delle istituzioni europee – lontane dallo stato federale delineato a Ventotene ottanta anni fa – rende tutto più difficile. Lo si vede anche nell’emergenza della pandemia. Il Regno Unito, uscito dall’UE, mostra di saperla affrontare in modo, di gran lunga, migliore. Gli Stati europei procedono in ordine sparso – da noi pure le Regioni – aggiungendo inefficienza a inefficienza. L’Unione non sembra più capace di rispondere con sforzi creativi proporzionali ai pericoli delle guerre che la lambiscono, come avvenuto nella ex Jugoslavia o nella attuale situazione Ucraina. Ancora meno capace è nei confronti delle nuove sfide. La più rilevante è quella legata all’immigrazione. Ne ho scritto anche qui. Eppure solo con i migranti, con la loro esperienza, con la loro resistenza sarà possibile costruire una convivenza accettabile nel nostro paese, in Europa, nel mondo. Nel nostro continente abbiamo invece celebrato l’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino costruendone altri, violando ogni norma dell’Unione Europea.

C’è una questione di dignità ed eguaglianza tra le persone nella questione migratoria. Evidente è tale aspetto quando si pensi, più in generale, alla relazione tra donne e uomini, Il ritiro dalla Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2011 – condanna la violenza contro le donne, ne afferma la concreta parità con gli uomini – ci dice quanto grande sia la strada da compiere e come non la si possa ritenere già percorsa. Ungheria e Polonia, “cristianissime” alfiere dei diritti disumani, non vogliono essere sopravanzate da uno stato “musulmano”, nella difesa di diseguaglianze e gerarchie tra i sessi. Ripensano alla loro adesione, si dice, in difesa della famiglia.

Dignità, eguaglianza, libertà, solidarietà per tutte e tutti i presenti in Europa. Di questo abbiamo bisogno. A nulla ci serve riprodurre a livello continentale cecità ed egoismo, che prosperano negli stati nazionali. Le loro argomentazioni, estranee a cuore e cervello, appaiono unicamente viscerali e, per essere più precisi, prodotte dalla sola parte terminale delle viscere.

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