Liberare il popolo dal populismo

Liberare il popolo dal populismo

Sulla bella rivista “una città” Stefano Levi Della Torre ricorda “l’interpretazione paradossale e illuminante del diffondersi del fondamentalismo islamista”, fornita 15 anni fa da Abdelwahab Meddeb.

Una maggiore istruzione permette a sempre più uomini di leggere il Corano, senza cultura però, senza la capacità cioè di contestualizzarlo nella storia, di vederne la complessità e ricchezza, che nei secoli hanno caratterizzato la cultura islamica. Da ciò una lettura, che cerca solo rivalsa contro l’Occidente, responsabile di ogni disagio e umiliazione. Nasce e si diffonde “un populismo reazionario, maschilista, xenofobo e violento”, afferma Levi Della Torre.

Questo tipo di populismo, ancora incruento, lo conosciamo bene nelle varianti italiane, europee, occidentali. Anche qui si diffonde istruzione senza cultura. “La scuola, come la vedo io, è un organo costituzionale. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione”, dice nel ’50 Calamandrei. Nella scuola non si investe e sempre più neppure vi è attenzione – non solo alla scuola – agli organi e alle norme previste dalla Costituzione. In uno scritto del ’37 Capitini indica la necessità che nella scuola si favoriscano “organi di discussione e di libero studio che impediscano il meccanicizzarsi, poiché la scuola deve tenere vivi i due principî della ricerca e della socialità; tutto il resto è particolarismo”. Inoltre “La cultura per tutti gli strati di un ordinamento è importantissima. L’insufficienza di cultura porta sempre il prevalere della burocrazia e del militarismo. Ma la cultura ha la sua ragione più profonda nella coscienza che stabilisce e innova i fini. La tecnica è strumento dell’anima, e l’anima auspica la libertà e la socialità”.

Una responsabilità ce l’hanno pure le persone colte. Nel ’58, Capitini chiude così lo scritto I nemici della cultura:Ci sarebbe poi da dire di quei nemici della cultura che sono talvolta… le persone colte stesse, quando per conformismo ai potenti, per utilità di carriera o per vanità, per acquisto di agio personale o per paura, si astraggono dalla vita di tutti, dai problemi di tutti, dalle lotte per ciò che è libero e per ciò che è giusto, dove che sia, e scelgono una forma evasiva o una forma retorica e ritardataria della cultura, che sono tradimenti della vera cultura, la quale va avanti e promuove, mai soddisfatta, ulteriori aperture e rinnovamenti. E se gli uomini colti, per decenni e decenni e in una società come la nostra, non hanno mai visto i poliziotti venire nella propria casa, debbono fare un attento esame di coscienza per cercare i propri peccati, se non altro, di inerzia, di viltà, di chiusura”.

E i colti hanno fatto e fanno di peggio. Sempre Capitini nel ’44, a Perugia appena liberata, denuncia la responsabilità dell’alta cultura nell’affermarsi del fascismo. “Dopo i primi anni di governo l’appoggio andò crescendo in intensità e in estensione. La cultura antifascista era in minoranza. La collaborazione di molta cultura è forse l’episodio più doloroso della vita italiana di quel ventennio. Anche perché la forma della collaborazione prese caratteri tra i più ripugnanti: non arrischiar nulla, eccesso di zelo, ipocrisia, adulazione, irrisione agl’isolati e perseguitati, creazione di teorie artificiose e in cui non si credeva, disprezzo della libertà che è l’aria di cui ha bisogno una buona salute mentale e a cui dovevano, quegl’ingrati, il buono che avevano nel cervello. Mussolini, fornito di una cultura raffazzonata, di luoghi comuni o di teorie ad effetto (come quella del pericolo giallo), trovò persone di solida cultura ed abile dialettica che lo appoggiarono a fondo, e lo eccitavano”.

Da questa scuola, da questa cultura, astratta o subalterna, provengono alfabeti – in attesa di tornare analfabeti, quantomeno funzionali – frequentatori assidui e inconsapevoli di internet e dei social, specializzati in insulti e invettive, quando non incitanti alla violenza, oltre a quella verbale usualmente praticata. L’argomentazione è assente. Se si affaccia è esposta al dileggio.

Il tunisino-parigino Abdelwahab Meddeb, scomparso troppo presto, voleva liberare l’islam dall’islamismo: Sortir l’islam de l’islamisme. Ne indicava gli strumenti di lotta prevalentemente culturale nei confronti di un integralismo ottuso e violento. Questa speranza è stata rinforzata dalle cosiddette primavere arabe, che hanno avuto l’avvio proprio in Tunisia. La “révolution du jasmin” – rivoluzione dei gelsomini l’aveva chiamata Meddeb – con la cacciata del presidente tunisino, il 14 gennaio 2011, è indicata come la giusta strada da percorrere, alternativa all’orrida violenza dell’11 settembre 2001. “Agli epigoni dell’11 settembre diciamo con Voltaire: Non si fa mai del bene a Dio facendo del male agli uomini. E ai protagonisti del 14 gennaio ricorderemo questo consiglio di Ibn Arabi: Che il tuo cuore sia capace di accogliere tutte le forme di cui si veste la fede. Così rimandiamo gli uni alla barbarie del loro fanatismo e celebriamo negli altri la virtualità di quanto è relativo, l’apertura sull’alterità e la capacità di accogliere ogni idea giudicata fausta, quale che ne sia l’origine”. Consiglio la lettura, che ho trovato utile, di “Gabriella Baptist Un transfrontaliero al valico. Introduzione ad Abdelwahab Meddeb, Primavera a Tunisi. La metamorfosi della Storia” facilmente raggiungibile su internet. Non ce l’ho con internet, ma col suo uso distorto.

La connotazione libertaria e nonviolenta di quella primavera appare soffocata e lontana. Eppure solo dalla nonviolenza può riprendere una comune lotta di liberazione. Noi ne abbiamo una che ci tocca particolarmente. Richiede urgentemente la produzione e diffusione di pensiero critico, di cultura cioè, a partire dalla scuola, senza fermarsi a questa. È lotta nei confronti di un’idea e di una pratica della politica appiattita nel rispecchiarci come siamo nel nostro lato peggiore, senza tensione al miglioramento. È un’idea della società stazionaria, quando non regressiva, incapace di affrontare le grandi sfide che ci sono di fronte. Riemerge un nazionalismo cieco e disumano, che risponde con la chiusura in illusori confini al disorientamento ed ai giustificati timori delle persone. Si unisce (?) alla pretesa di una maggior democrazia – addirittura diretta – supportata da una piattaforma dal nome, abusivo, di Rousseau. Ci vuole ben altro, più articolato, complesso e impegnativo. È un processo di liberazione, che richiede partecipazione consapevole e responsabile. Non ci sono scorciatoie per essere quel popolo al quale appartiene la sovranità, senza l’illusione o l’inganno populista.

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