Parola di bambino

Parola di bambino

“Maestra, a casa mi sento solo e senza nessuno con cui giocare, e quando non gioco tanto di notte mi sento tristissimo. Ti prego, mi rispondi?”

Lo ha scritto Francesco, un alunno dell’istituto comprensivo “C. Govoni” di Ferrara, all’insegnante di religione Renata Cavallari che da oltre 10 anni in quella scuola ha avviato un progetto di corrispondenza con i suoi allievi, vale a dire tutte le classi dell’istituto. I bambini e le bambine sanno che quando lo desiderano possono scriverle personalmente, fiduciosi di ricevere nell’arco di un paio di giorni una risposta individuale. “Sempre con la penna verde”, precisa Renata, “il colore della speranza”.

La consuetudine al contatto si crea già in prima quando i più piccoli inviano disegni, saluti, complimenti e abbracci trovando sempre una risposta accogliente. La fiducia costruita diventa preziosa nell’arco dei cinque anni quando i ragazzi attraversano e raccontano nei messaggi tutti i campi dell’esperienza: amicizie, vita familiare, animali amati, attese, litigi… e poi primi amori non corrisposti, lutti e malattie. I biglietti più significativi – migliaia – sono stati conservati dall’insegnante e trascritti in un progetto che ci ha viste insieme un paio d’anni fa, con l’aiuto di un giovane in messa alla prova, un educatore e alcuni volontari in servizio civile, a classificare e analizzare, covando il sogno di un convegno o un libro che ancora non abbiamo avverato. Ci siamo prese, questo sì, il piacere di una rubrica intitolata “Grandi domande” sulla rivista Madrugada, rubrica che continua ancora. Perciò è con molta gioia che ho ricevuto in questi giorni i messaggi del 2020-21.

Mi sono limitata, per il momento, a leggere quelli che riguardavano la pandemia. L’impatto del covid-19 sull’infanzia è percepito da chi vive accanto ai bambini e confermato da diverse ricerche in questo paio d’anni, e si riscontra anche nei biglietti.

Nel gennaio 2020 si guardavano i frutti del lockdown. Piero Valentini, della Società Italiana di Pediatria, osservava che, se il panorama infettivologico “riguarda il mondo pediatrico in minima parte”, lo stesso non accade con “le conseguenze a livello psicologico che si manifestano nelle famiglie a seguito di una perdita. Sono conseguenze che non vanno trascurate”. Inoltre, aggiungeva, “la situazione complessa formata da incertezze, paure e stress può essere prodromica di problematiche di salute mentale” nell’infanzia e nell’adolescenza, per non parlare delle ripercussioni delle nuove difficoltà economiche sulle opportunità di crescita dei più piccoli.

L’Università di Milano Bicocca ha svolto due ricerche, quest’anno e il precedente, intervistando ogni volta 3.000 famiglie e dunque risalendo attraverso i genitori al vissuto dei bambini. Le conclusioni si possono leggere su Redattore Sociale del’8 settembre scorso. Il titolo dell’articolo di Dario Paladini è già eloquente: “Meno capricciosi ma più tristi: i bambini dopo un anno e mezzo di pandemia”. Si riscontrano alterazioni del sonno e dell’alimentazione, anche per il peso di non poter giocare e uscire liberamente. Risulta, inoltre, che nella fascia di età 6-10 anni circa il 40% abbia sofferto di cefalea, mal di pancia, stanchezza, disturbi agli occhi. Chissà se ha a che fare anche con l’enorme, prevedibilissima diffusione di device elettronici, rispetto ai quali scuole e famiglie nell’ultimo anno hanno fatto di tutto per mettersi al passo dopo la chiusura a sorpresa del 2020. Il 58,4% dei bimbi in età 6-10 anni possiede un device personale contro il 23,5% del primo lockdown. Soprattutto chi ha figli di 6-11 anni testimonia un peggioramento del rapporto adulti-bambini che pesa il doppio rispetto all’impreparazione e all’eccezionalità del lockdwon 2020 (dall’11.4% del 2020 al 21.6% del 2021), quando ingenuità e speranza aiutavano a sopportare il limite.

Per sostenere gli adulti la casa editrice la meridiana avvia in questi giorni un progetto intitolato Parola di bambino, ispirato al libro omonimo del maestro Francesco Berto e della psicoterapeuta Paola Scalari. Gruppi per genitori, insegnanti, educatori e operatori professionali partiranno in diverse città italiane per formarsi nell’ascolto. È una competenza da approfondire sempre, perché i bambini – e non loro soltanto – hanno un forte bisogno di essere ascoltati.

Riprendo la lettura dei messaggi alla maestra Renata. Le conseguenze delle precauzioni sanitarie sono percepite a più livelli, tra chi vede sfumare la festa di compleanno perché non può invitare gli amici a casa e chi scrive all’insegnante “ti vorrei tanto abbracciare ma non posso”.

Scrive Patrizia, 9 anni: “Io spero che passi questo brutto coronavirus perché non sopporto di tenere la mascherina e stare lontana da tutti. Ho bisogno di stare insieme alle persone a cui voglio bene. Spero che passi e io continuo a crederci”.

Alessandra, 9 anni, per un periodo non può frequentare il padre perché positivo. “Grazie mille per i consigli che mi dai”, scrive. “Sono un po’ stressata per il momento che sta capitando, e per tutto rispondo un po’ male a mia madre. Cosa dovrei fare?”.

In questi giorni sono un po’ triste, in ansia e sotto pressione perché la mia migliore amica Gioia e suo padre purtroppo hanno il covid”, scrive Anita. Quando il brutto momento passa è quasi difficile trovare le parole per fare festa. “Sono super felicissima!”, scrive ancora Anita qualche tempo dopo. “Gioia e la sua famiglia sono guariti! I genitori vanno già al lavoro, pensa un po’! Lunedì sono andata a pianoforte (che facevo con Gioia in presenza, ora lo faccio in presenza ma da sola) e appena uscita dalla lezione l’ho vista che aspettava di entrare dopo di me. Ho pensato: Oddio che bello! – però dalla bocca e solo uscito un misero Ciao”.

Le notizie altalenanti sull’apertura della scuola nello scorso anno scolastico sono seguite attentamente dagli alunni. “Ti scrivo perché ti volevo dire che sono molto tesa”, annuncia Giulia, 10 anni. “Se lunedì chiudono la scuola non potrò fare le videolezioni perché non ho molta connessione, oltre questo pure perché non giocherò con nessuno. Beh sai, mio fratello non è dei migliori con cui giocare perché si incavola sempre quindi non vorrei che ci fosse la Dad”.

Mi piace chiudere questa carrellata con Beatrice, 11 anni. Durante lo scorso anno scolastico ha fatto esperienza diretta della malattia e per fortuna ne è uscita. “Cara Renata, sono stata molto contenta di vederti oggi, dopo 14 giorni di isolamento per tampone positivo. È stato bruttissimo! Ora però sono negativa al tampone e sono molto contenta di essere tornata!”


 

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