Siamo tutti più sicuri. Ma le donne no

Siamo tutti più sicuri. Ma le donne no

Non siamo mai stati così al sicuro, i dati divulgati dal Ministero dell’Interno il 15 agosto scorso ce lo confermano.

Nel periodo 1 luglio 2018 – 31 luglio 2019 è proseguita la decrescita dei principali reati contro la persona che, rispetto all’anno precedente, registrano un -14% per gli omicidi (da 357 a 307), -16% per le rapine, -11% per i furti, -13% per gli atti persecutori.

Due considerazioni occorre aggiungere. La prima è che il trend è iniziato ben prima del 2017, come si legge anche sull’ultimo numero di Azione nonviolenta dedicato appunto alla sicurezza. La seconda è che, in un quadro di maggiore serenità (nonostante l’incremento dei cittadini stranieri, ancor prima della legge sulla legittima difesa, e costanti gli allarmi degli incantatori), non si ferma la violenza verso le donne.

Gli omicidi in ambito domestico o nella relazione affettiva sono passati da 151 a 145, una riduzione davvero risibile e non proporzionata all’andamento complessivo per cui, se nel 2016-17 le morti violente in famiglia o nella relazione affettiva rappresentavano il 42,3% degli omicidi, nel 2017-18 il dato è salito al 47,2%, quasi la metà del totale. Possiamo dire che, mentre altre aggressioni mortali diminuiscono, ad es. nella criminalità organizzata o in quella comune, così non è nel contesto familiare, come ci indica il grafico elaborato dall’Istat.

Fonte Istat

Le donne, nel 2017-18, costituiscono il 63% delle vittime degli omicidi in famiglia. Il report del Ministero dell’interno non riporta i dati sui minorenni, altra fonte ne conta 21 nel 2017 e 15 nel 2018 ma il periodo di riferimento è l’anno solare e non ci è possibile accostare il dato a quello delle donne uccise.

Nelle denunce per stalking le donne rappresentano il 76% delle vittime. A dire il vero gli atti persecutori non riguardano soltanto gli ex partner; recenti indagini li collocano per la maggioranza dei casi nella coppia (55%) ma anche tra condomini (25%), in famiglia (tra figli e genitori, o tra fratelli, 5%), sul lavoro oppure a scuola o in università (15%).

Un’altra spia significativa è data dagli ammonimenti del questore per violenza domestica che negli ultimi due anni sono passati da 666 a 1.172, con un incremento del 76%. In controtendenza i dati sugli allontanamenti da casa del partner maltrattante, rimasti sostanzialmente invariati (da 338 a 334). Vale la pena ricordare che gli ammonimenti del questore sono provvedimenti amministrativi che seguono ad una segnalazione per violenza da parte della vittima (può farlo anche senza l’assistenza di un legale) e precedono la denuncia. La convocazione dell’accusato, che dipende da una valutazione degli indizi da parte del questore stesso, è intesa come deterrente e si è rivelata spesso efficace, soprattutto nei confronti di persone episodicamente violente che tuttavia non si riconoscono in un’identità deviante e si rendono conto di avere superato il limite. La procedura è tale per cui, qualora altre violenze seguissero, l’azione penale seguirebbe d’ufficio, quindi anche in assenza di denuncia, e il responsabile andrebbe incontro a un aumento di pena.

Questi i dati del nostro paese, cui si accompagna la percezione comune di una violenza che non si ferma, reiterata nei frequenti femminicidi. Il sito IQD – In Quanto Donna ne registra 37 dal 1° gennaio al 12 agosto di quest’anno.

Apprendiamo dai dati Istat che l’Italia è tra i paesi europei con un minor tasso di femminicidi in proporzione alla popolazione (v. graf). Ai primi posti si collocano alcuni stati dell’Est europeo (Lettonia, Lituania, Ungheria, Estonia), ma anche in Germania o in Francia, nel Regno Unito o in Danimarca le donne vengono uccise più spesso che in Italia.

Fonte Istat

I centri antiviolenza che soccorrono le donne in fuga da uomini maltrattanti non si stancano di ripetere che questo tipo di violenza è trasversale alle fasce sociali, al livello economico o di istruzione, e i dati appena visti sembrano confermarlo. Non lo abbiamo ancora capito, come far comprendere agli uomini che le partner non sono le loro bambole e in quanto tali hanno il diritto di scegliere, di restare o di andare via, di essere accomodanti o di avere un caratteraccio (e magari essere lasciate) senza che i partner, o ex, possano pretendere di esercitare su di loro un potere di vita o di morte. Né è ancora compiuto il cammino perché le donne stesse riconoscano a se stesse il loro valore. Occorre un impegno su più livelli, duraturo, profondo e coerente, per contrastare una violenza che indubbiamente è diretta ma ha radici penetranti, culturali e strutturali per dirla alla Galtung. Un ruolo decisivo è nelle mani del legislatore e, a questo proposito, vedremo probabilmente tra poche settimane come verrà rivisitata la proposta di legge del senatore Pillon che, riformando le procedure di separazione, introduceva la mediazione obbligatoria anche nei casi di violenza e dava per certo che il rifiuto di un bambino verso un genitore fosse sempre frutto di alienazione parentale. La prima stesura del ddl, ampiamente criticata da quasi tutti gli attori sociali, è stata ritirata ma è attesa una seconda versione. C’è da augurarsi un maggiore realismo e un autentico rispetto per le donne e i bambini.

 

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