Stupidi e cattivi, ma più cattivi

Stupidi e cattivi, ma più cattivi

Continua la riflessione su stupidità e cattiveria: “Gli stupidi sono legione. I cattivi no. Sanno farsi seguire, preferibilmente dagli stupidi, ma non solo. Il cattivo (latino captīvus) è, secondo l’etimo “prigioniero”.

È stato cioè catturato, captus (da capĕre “prendere”). Se a prenderlo è stato il diavolo è captivus diabŏli, prigioniero del diavolo. Da ciò l’odierno significato di cattivo. Tutti possiamo essere catturati dal male ed esserne efficaci servitori. La storia e l’attualità lo dimostrano.

Della banalità del male ci ha parlato con efficacia Hannah Arendt, prendendo le mosse dal processo ad Eichmann, seguito con massima attenzione. Doris Lessing, in cinque lezioni radiofoniche degli anni Ottanta, riprende il tema. È indubitabile che possiamo diventare crudeli, estremamente crudeli con gli altri, se a ciò ci induce il contesto di vita. Dobbiamo saperlo bene e non dimenticarlo mai. È una possibilità che riguarda tutti. Vivere in una democrazia costituzionale, piuttosto che sotto una dittatura, ci espone meno a questo pericolo. Un buon antidoto, secondo la Lessing, è pure coltivare appartenenze multiple e mantenere il senso dell’umorismo.

Lei era nata in Iran, si era formata in Rodesia, aveva svolto la sua attività in Inghilterra. Parlava di appartenenza multipla con competenza e ne scriveva benissimo, tanto da ricevere nel 2007 il Premio Nobel per la Letteratura. La motivazione – Questa cantrice dell’esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa – ci dice come soffrisse l’incapacità di accogliere le differenze come necessarie e utili in una società complessa. Le conoscenze accumulate sulla nostra natura umana non ci preservano da un’inclinazione alla brutalità: quando vien pronunciata la parola sangue è segno che la ragione sta per abbandonarci. Ci invita a coltivare diffidenza nei confronti della mode popolari del momento, nei confronti di governi in mano allo spettacolo, mentre siamo esposti alla rappresentazione ed esaltazione di ogni tipo di violenza da farci perdere la sensibilità.

Cosa questo comporti ce lo dice in modo chiaro: Significa per esempio che puoi trovarti in una sala piena di cari amici, sapendo che nove di loro su dieci, se il branco lo vuole, diventeranno tuoi nemici… Vuol dire che se fai parte di una comunità unita, sai che puoi permetterti di non essere d’accordo con le idee di quella comunità solo a tuo rischio e pericolo, perché diventerai un poco di buono, un criminale, un malvivente. Questo è un processo assolutamente automatico e quasi tutti in una situazione simile si comportano così. Il titolo originale – Prisons We Choose to Live Inside – ci dice però che abbiamo scelto di vivere dentro queste prigioni, abbiamo scelto la cattività, la cattiveria. Infatti c’è sempre una minoranza che non lo fa e a me sembra che il nostro futuro, il futuro di tutti, dipenda da quella minoranza. Dovremmo escogitare i modi per educare i nostri figli in modo che vadano a rafforzare quella minoranza e non, come facciamo oggi per lo più, a riverire il branco.

La trasformazione del gregge in branco assassino può essere molto rapida. Pensiamo solo all’odio, sparso a piene mani, e all’ammonimento di Liliana Segre, senatrice a vita sopravvissuta ad Auschwitz: Io l’odio l’ho visto. Non ne ho solo sentito parlare. E per odio non intendo quella cosa che si scatena tra condomini quando scoppia una disputa per una lampadina. Io ho visto l’odio messo in pratica. Ne sono stata vittima in prima persona. Ho visto quando dalle parole si passa ai fatti. Ed è uno stacco minimo. Quando si dà il passaporto alla parola lo si dà anche al fatto. La storia e la cronaca lo attestano in modo inconfutabile.

Ci sono esperimenti molto noti che evidenziano la facilità con la quale possiamo trasformarci in carnefici o, quantomeno, in indifferenti rispetto alle estreme sofferenze. Ne ricordo brevemente tre precedenti le conferenze della Lessing. Sono datati, ma anch’io lo sono. A me sembrano attuali quanto le considerazioni della Lessing.

Nell’esperimento di Stanley Milgram, avviato ai tempi del processo ad Eichmann nell’estate del ’61, a Yale furono reclutati, con un annuncio sul giornale e con inviti a indirizzi dalla guida telefonica, uomini tra i 20 e i 50 anni. Dietro compenso avrebbero partecipato a un esperimento sulla memoria e sull’apprendimento. I volontari credevano di infliggere ad altri volontari, egualmente sorteggiati, scosse elettriche da 15 a 450 volt, in modo crescente di fronte ad errori nel ricordare sequenze di parole. Sul quadro degli interruttori era scritto, al crescere del voltaggio, Shock lieve, pericolo, grave shock, XXX. Alle allarmanti indicazioni si aggiungevano il lamento sempre più straziato fino al rantolo, preceduto da invocazioni a smettere – fatemi uscire, soffro di cuore – da parte del destinatario delle scosse, un attore al quale nessun male veniva fatto. È bastato l’invito, sempre più pressante e convincente, del responsabile dell’esperimento a continuare perché l’80% proseguisse oltre i 150 volt, e il 62% fino a 450, nei confronti di chi ritenevano volontario come loro, finito in quel ruolo per sorteggio. Il compenso pattuito veniva dato anche a chi aveva smesso nonostante gli inviti dello sperimentatore.

Nello studio di Philip Zimbardo, 1972 a Stanford: 24 studenti sono stati suddivisi casualmente per svolgere il ruolo di finte guardie (divisa e occhiali a specchio) e detenuti (tuniche e catena a un piede) all’interno del seminterrato dell’istituto di psicologia, utilizzato come carcere. Le guardie avevano poche consegne da rispettare, tra cui chiamare i detenuti con il numero anziché con il nome ed evitare qualsiasi contatto personale. La durata prevista era di 2 settimane, ma l’esperimento è stato sospeso dopo sei giorni per gli episodi di sadismo e abusi di ogni genere verificatisi, senza che alcuna indicazione fosse stata data in tal senso. Due detenuti avevano già lasciato l’esperimento. Il compenso agli studenti era di 15 dollari al giorno.

Darley e Batson (Princeton, 1973) hanno invitato studenti di teologia, suddivisi mediante conteggio casuale, a recarsi in una scuola vicina per tenervi lezioni sul tema del lavoro in un caso e illustrazioni della parabola del buon samaritano in un altro. Nei due gruppi così formati taluni avevano abbastanza tempo a disposizione, altri il tempo strettamente sufficiente per raggiungere la scuola in orario. Lungo la strada incontravano un uomo (un attore) apparentemente agonizzante. Il tema che avevano il compito di trattare è risultato ininfluente. Fermarsi o no è risultato dipendere unicamente dal tempo a disposizione.

Ecco, nel primo caso è decisivo che altri si prenda la responsabilità del nostro comportamento, sulla cui correttezza e utilità veniamo rassicurati nel momento del dubbio. Importante è fare bene il compito che ci siano assunti. Meglio non essere stati sorteggiati dall’altra parte. L’obbedienza all’autorità è un valore.

Nel secondo caso, pur essendo gli studenti ben consapevoli del carattere dell’esperimento, l’identificazione nel ruolo, giunse ad estremi che Zimbardo e la sua equipe non avevano previsto e solo il deciso intervento di una psicologa, allora compagna del professore, indusse ad interromperlo. Ne risulterebbe che una persona, in posizione di grande potere sugli altri, facilmente si trasforma in un aguzzino stante la situazione e non per predisposizioni personali.

Nel terzo caso, infine, 2 persone su 3 tra chi aveva chi aveva tempo a disposizione si è fermato, per prestare soccorso, 1 su 2 quando il tempo era ridotto, 1 su 10 quando il tempo era ristrettissimo. L’urgenza, la fretta non ci inducono a comportamenti altruistici. Di tempo ne abbiamo così poco per fare quello che ci spetta e che non possiamo evitare. Ancora una volta è il contesto che appare decisivo. Non sto a sottolineare che tutti maschi erano i protagonisti degli esperimenti e che solo una donna ha impedito l’ulteriore degenerazione di uno tra questi. Anche in questo più che il genere trovo decisivo il contesto fatto di molte componenti.

Ancora una volta il tema del cattivo, del prigioniero di sé e della situazione più generale – distribuzione del potere, ruolo nel quale ci si trova, urgenza di decidere e capacità di leggere quello che abbiamo sotto gli occhi – ci riporta alla necessità di un processo di liberazione nel quale pure noi, in diversi modi e gradi, cattivi siamo coinvolti e, per quel che si può, liberati, almeno un poco. Non si sta bene così – lo ricorda Bonhoeffer – il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Facciamo buon uso del malessere che sentiamo. Capitini mi ha insegnato che nonviolenza è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo del prossimo. Se lo mettessi più in pratica invece di usarlo come un mantra…

 

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