• 30 Settembre 2022 17:52

Un ponte d’amore tra Etiopia ed Eritrea

DiDaniele Lugli

Lug 15, 2018

Abiy Ahmed Alì, da tre mesi primo ministro riformatore dell’Etiopia, ha incontrato e abbracciato il dittatore eritreo Isaias Afewerki. Si porrebbe così termine a una guerra, ormai solo latente, scatenata 20 anni fa, con 80 mila morti all’ esordio, per il possesso di Badme, importante centro di 1.500 abitanti. Nell’occasione Abiy avrebbe dichiarato Non c’è più alcun confine tra Etiopia ed Eritrea, perché un ponte d’amore l’ha distrutto.

L’Etiopia è uno Stato di polizia, almeno finora. Non però quanto l’Eritrea, una brutale dittatura, con detenzioni senza processo, sparizioni, lavori forzati, riduzione in schiavitù, leva militare spesso a tempo indeterminato, anche se è stata fissata a 18 mesi. Tutti gli auguri che l’accordo porti bene ad etiopi ed eritrei. Questi ultimi sono ben rappresentati negli sbarchi nel nostro Paese: 7.502 nel 2017. Sono al sesto posto nella classifica per nazionalità. Nelle prime due settimane di quest’anno ne sono sbarcati 145, quinto posto sulla lista bisettimanale. Sbarcano in Italia ma non ci si vogliono fermare. Puntano a nord: dei 40 mila sbarcati in Italia nel 2015 hanno chiesto asilo in Svizzera 9.520, Germania 7.885, Paesi Bassi 6.980, Svezia 6.780, Norvegia 2.895, Regno Unito 2865, Italia solo 475.

Finora la gran parte delle domande di asilo nei paesi europei è stata accolta. Si dice anzi che etiopi, con falsa identità eritrea, abbiano approfittato di questa circostanza. Una stretta nelle concessioni si è registrata però, gli scorsi anni, da parte di Danimarca e Regno Unito, che considerano migliorate le condizioni dell’Eritrea. Adesso che la guerra sarà ufficialmente dichiarata conclusa questa tendenza potrebbe aumentare ed estendersi ad altri paesi. Potrebbero farne le spese pure i minori eritrei non accompagnati, che sbarcano in Italia, dopo un viaggio durissimo, durato mesi se non anni. Viene poi l’imbarco, che ha anch’esso i suoi pericoli. Le violenze di ogni genere subite li hanno segnati nel corpo e nell’anima. I loro arrivi sono in calo: 1.219 l’anno scorso, con una diminuzione del 68% rispetto all’anno precedente.

Anche i minori in gran parte considerano l’Italia un luogo di passaggio. Vogliono andare oltre, trovare occupazione per imborsare il debito contratto per il viaggio, per mantenersi, per cominciare a mandare soldi a casa. Alla fine dell’anno passato nei centri di accoglienza ce n’erano 1.459, ma all’appello ne mancavano 925. Lo documenta l’aggiornato Atlante minori stranieri non accompagnati in Italia di Save the Children. Le strutture di accoglienza sembrano per molti non una pacchia ma rallentare il progetto di autonomia. È un progetto non solo loro. Ci ha investito la famiglia. Ma in tal modo ragazze e ragazzi si espongono a gravi rischi di abusi e soprusi da parte di connazionali e no. Anche la tappa italiana non sarà, per tanti, molto dissimile da quelle in Etiopia, Sudan, Libia! A proteggerli ci sono associazioni e persone che cercano di aiutarli, di evitare loro guai maggiori. Sono invitate a farsi i fatti loro e rischiano di finire in liste come non gradite. Quelle che conosco io sono italiane. Toccherà tenercele, almeno per ora, credo sbufferà il super ministro.

 

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948

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