Un ponte d’amore tra Etiopia ed Eritrea

Un ponte d’amore tra Etiopia ed Eritrea

Forse la più fedele delle mie venticinque lettrici ricorderà che, quasi un anno fa, ho dedicato un post all’Eritrea, dalla quale chi può fugge.

Abiy Ahmed Alì, da tre mesi primo ministro riformatore dell’Etiopia, ha incontrato e abbracciato il dittatore eritreo Isaias Afewerki. Si porrebbe così termine a una guerra, ormai solo latente, scatenata 20 anni fa, con 80 mila morti all’ esordio, per il possesso di Badme, importante centro di 1.500 abitanti. Nell’occasione Abiy avrebbe dichiarato Non c’è più alcun confine tra Etiopia ed Eritrea, perché un ponte d’amore l’ha distrutto.

L’Etiopia è uno Stato di polizia, almeno finora. Non però quanto l’Eritrea, una brutale dittatura, con detenzioni senza processo, sparizioni, lavori forzati, riduzione in schiavitù, leva militare spesso a tempo indeterminato, anche se è stata fissata a 18 mesi. Tutti gli auguri che l’accordo porti bene ad etiopi ed eritrei. Questi ultimi sono ben rappresentati negli sbarchi nel nostro Paese: 7.502 nel 2017. Sono al sesto posto nella classifica per nazionalità. Nelle prime due settimane di quest’anno ne sono sbarcati 145, quinto posto sulla lista bisettimanale. Sbarcano in Italia ma non ci si vogliono fermare. Puntano a nord: dei 40 mila sbarcati in Italia nel 2015 hanno chiesto asilo in Svizzera 9.520, Germania 7.885, Paesi Bassi 6.980, Svezia 6.780, Norvegia 2.895, Regno Unito 2865, Italia solo 475.

Finora la gran parte delle domande di asilo nei paesi europei è stata accolta. Si dice anzi che etiopi, con falsa identità eritrea, abbiano approfittato di questa circostanza. Una stretta nelle concessioni si è registrata però, gli scorsi anni, da parte di Danimarca e Regno Unito, che considerano migliorate le condizioni dell’Eritrea. Adesso che la guerra sarà ufficialmente dichiarata conclusa questa tendenza potrebbe aumentare ed estendersi ad altri paesi. Potrebbero farne le spese pure i minori eritrei non accompagnati, che sbarcano in Italia, dopo un viaggio durissimo, durato mesi se non anni. Viene poi l’imbarco, che ha anch’esso i suoi pericoli. Le violenze di ogni genere subite li hanno segnati nel corpo e nell’anima. I loro arrivi sono in calo: 1.219 l’anno scorso, con una diminuzione del 68% rispetto all’anno precedente.

Anche i minori in gran parte considerano l’Italia un luogo di passaggio. Vogliono andare oltre, trovare occupazione per imborsare il debito contratto per il viaggio, per mantenersi, per cominciare a mandare soldi a casa. Alla fine dell’anno passato nei centri di accoglienza ce n’erano 1.459, ma all’appello ne mancavano 925. Lo documenta l’aggiornato Atlante minori stranieri non accompagnati in Italia di Save the Children. Le strutture di accoglienza sembrano per molti non una pacchia ma rallentare il progetto di autonomia. È un progetto non solo loro. Ci ha investito la famiglia. Ma in tal modo ragazze e ragazzi si espongono a gravi rischi di abusi e soprusi da parte di connazionali e no. Anche la tappa italiana non sarà, per tanti, molto dissimile da quelle in Etiopia, Sudan, Libia! A proteggerli ci sono associazioni e persone che cercano di aiutarli, di evitare loro guai maggiori. Sono invitate a farsi i fatti loro e rischiano di finire in liste come non gradite. Quelle che conosco io sono italiane. Toccherà tenercele, almeno per ora, credo sbufferà il super ministro.

 

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