Una città sicura

Una città sicura

C’era una volta una rivista, “Sicurezza e territorio”. Uscì tra il 1992 e il 1994. A realizzarla era un bel gruppo di studiosi impegnati a tradurre in concrete azioni loro ricerche e riflessioni.

Una traduzione di quel disegno c’è stata in Emilia Romagna: la Regione avviò il progetto “Città sicure”. Il titolo lo spiega Cosimo Braccesi, un protagonista di quella vicenda: “Città sicure con la s minuscola ad indicare una sicurezza civica, sociale, partecipata, proattiva, da non confondersi con la Sicurezza pubblica intervento statuale, reattivo e tendenzialmente coercitivo”.

Fu istituito un apposito servizio “Politiche per la sicurezza e la polizia locale”, con responsabile Braccesi, poi sostituito da Rossella Selmini, già nella redazione della rivista. Erede di quell’esperienza è Gian Guido Nobili, responsabile dell’Area sicurezza e legalità della Regione Emilia Romagna. Sarà a Ferrara, su invito del Movimento nonviolento, a presentare un volume anche da lui curato, “La sicurezza delle città” (Franco Angeli, 2019), nel ciclo delle presentazioni della rivista Azione nonviolenta. Sarà interessante avere un quadro della situazione e delle prospettive dal suo angolo visuale, non solo regionale: è coordinatore tecnico del Forum italiano per la sicurezza urbana.

Sicura viene dal latino sine cura, senza preoccupazione. Se mi preoccupo, a torto o a ragione, sicuro non sono. Il 4 marzo scorso sono stati presentati, in un incontro pubblico, dati incontestati e incontestabili nei quali risulta chiara la posizione molto buona di Ferrara quanto alla ridotta presenza di reati violenti e predatori, in calo del resto in tutta Italia. Ciò non ha impedito che la sicurezza fosse cavallo di battaglia della destra, che ha conquistato di lì a poco l’amministrazione comunale. Si è già detto in Torto marcio che, quanto a scarto tra percezione realtà, gli italiani sono i primi in classifica. Ci fosse una classifica più analitica i ferraresi avrebbero buone possibilità di aggiudicarsi il premio.

A Ferrara abbiamo un vicesindaco con delega alla paura. Sulla paura, soprattutto dei “negri”, ha costruito buona parte del suo successo elettorale. E dunque continua. Sgomberato un campo di “zingari” le sue ricette per la sicurezza del territorio sono eliminare panchine e recintare parchi e parchetti, amati da uomini neri e spacciatori. La presenza di militari negli spazi pubblici anche a Ferrara (lo ha fatto nella sua agonia il governo di centrosinistra) non serve a nulla, fa solo danni. Alimenta le paure e le legittima. “Lo spazio pubblico deve essere libero e fruibile da tutti nel rispetto di regole di convivenza condivisa” ricorda Rossella Selmini, ora docente di criminologia all’Università del Minnesota, in una bella intervista a Polizia e democrazia. Rendere tale lo spazio sarebbe proprio il compito di un amministratore dedicato. Già se si autoasegnasse ai domiciliari, con voto di silenzio sui social, sarebbe un contributo alla sicurezza dei cittadini ed alla loro percezione.

Sempre la Selmini ricorda: “Con interventi di controllo dello spazio pubblico non si fa politica di controllo della criminalità (e naturalmente nemmeno si fa prevenzione della criminalità stessa). I decreti sicurezza hanno dimostrato di non avere alcuna influenza sulle dinamiche della criminalità… Il cosiddetto disordine urbano, invece, e la marginalità sociale che vi è collegata: questi sono i veri obiettivi delle politiche di sicurezza contemporanee. Ma non si tratta di problemi criminali, bensì, appunto, di problemi di manutenzione della città, sociali, o culturali, che vengono affrontati in una pura ottica dissuasiva, di scarsa efficacia”. Un esempio per tutti: i sindaci intervengono con ordinanze sulla prostituzione. Forse la prima è del 1998, Comune di Rimini. L’esercizio del vecchio mestiere non appare scalfito. In difficoltà sono le prostitute, non chi le mette sulla strada, non i loro clienti. Sono atti simbolici, di sicura inefficacia.

Sarebbe scorretto attribuire ad una sola forza politica, al suo capitano e ai suoi militi, responsabilità che sono più ampie e suddivise. Certo nessun altro partito ha saputo così bene trarre consenso dalla diffusione della paura tra cittadini disinformati e passivi. Esperienze per costruire “città sicure” si sono, nel tempo, tradotte in esecuzioni periferiche della Sicurezza pubblica. Del 2008 è la riforma delle ordinanze dei sindaci-sceriffi di Roberto Maroni, ministro dell’Interno. A centralizzare le esperienze locali ci aveva pensato un anno prima Giuliano Amato, di diversa formazione politica. Così la decretazione d’urgenza di Matteo Salvini ha una premessa nel decreto sicurezza di Marco Minniti, che fissa la nozione di sicurezza urbana e di sicurezza integrata, mentre afferma e certifica l’urgenza di provvedere.

Il progetto Città sicure aveva l’ambizione di “diminuire almeno un po’ il tasso di sofferenza, illegale e legale, che le dinamiche criminali e il loro uso politico producono sulle vittime e sugli autori di reato”. È un obiettivo che in politica non mi pare nessuno si ponga. I nuovi decreti sono come i vecchi o li peggiorano, così i provvedimenti che ne conseguono. Nessuno va a vedere se funzionano. Ci si esercita in tutte le possibili varianti di occultamento e persecuzione di poveri e disgraziati per i loro comportamenti, estremamente fastidiosi anche quando non sono reati.

Occorre invece prevenzione, fatta di azioni mirate ad ogni specifico problema, individuando le cause sulle quali intervenire. Priorità alla prevenzione è formare le politiche sulla sicurezza attorno ai bisogni dei cittadini e non orientate a punire gli ultimi per rassicurare i penultimi. Sembra però questa la ricetta preferita da politici, governi e cittadini. Possibile che si sbaglino in tanti?

È stato detto: “mangiate merda, miliardi di mosche non si possono sbagliare”. È un invito che personalmente non accetto.

(vigna di Mauro Biani)

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