Un vescovo per la comunità aperta

Un vescovo per la comunità aperta

A Ravalle, una frazioncina del comune di Ferrara si annuncia il possibile arrivo di 35 richiedenti asilo. Immediate le proteste e l’appello alla lotta, fino alle barricate.

Il sindaco dice: “non condanno le barricate… si può protestare anche chiudendo le strade, ma niente atti violenti”. Alla domanda sulla leale collaborazione chiesta dal Prefetto risponde: “Non cambio la linea politica”. Perché dovrebbe? Sulla diffusione del disprezzo, della paura, dell’odio nei confronti dei richiedenti asilo ha fondato la vittoria elettorale.

Il fatto che l’ospitalità in una villa padronale sia sfumata – ha precisato la proprietaria, contattata dalla cooperativa veneta vincitrice dell’appalto per la gestione – non placa gli animi. La villa è in vendita, ma la cooperativa non ha alcuna intenzione di acquistarla. La mobilitazione continua. Agli abitanti di Ravalle si sono aggiunti quelli delle limitrofe frazioni di Casaglia e Porporana, a scongiurare che la collocazione avvenga comunque in zona. Ravalle ha 362 abitanti all’ultimo censimento. Molti gli anziani e saranno pure calati nel frattempo. Trentacinque giovani rappresentano un impatto notevole per il territorio. Tale resta anche calcolando Casaglia, 534 abitanti, e Porporana, 201 abitanti. Ma che tipo di impatto?

Penso, e non credo di sbagliarmi, che questi 35 giovani, la cui età media è di 20 anni, possano diventare la più grande opportunità che in questi ultimi 20 anni Ravalle ha avuto a disposizione per uno sviluppo e una crescita, per un rinnovamento” scrive l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, in una lettera aperta inviata alle famiglie di Ravalle. “Comprendo bene le vostre preoccupazioni, soprattutto oggi che l’accoglienza – con i cambiamenti introdotti dai Decreti sicurezza – non favorisce la distribuzione delle persone richiedenti asilo in maniera diffusa in tutti i paesi”. C’è il rischio – a mio avviso il disegno – “di ridurre ogni progetto a pura assistenza senza prospettive, e di produrre di fatto un abbandono a se stessi di questi giovani”.

È mancata la “costruzione di un percorso di conoscenza necessario per accogliere e la mancanza di opportunità di una frazione con soli 300 abitanti”. Restano però “una straordinaria opportunità… sono dei giovani… hanno voglia e speranza di realizzare qualcosa…possono essere considerati vostri figli, affidati alle vostre cure, ma per questo hanno bisogno non solo di essere accolti, ma anche accompagnati, aiutati a sentirsi parte di una comunità, attivi, impegnati. Occorre che si costruiscano per loro possibilità di lavori socialmente utili, di servizio civile… il vostro paese sarà così più pulito, più ordinato, più custodito. Bisogna impegnarli nello studio e nella scuola per la conoscenza della lingua italiana. Non consegnate ad altri questi giovani, ma sentiteli una risorsa, un dono di Dio per la comunità e loro daranno il meglio proprio per questa vostra comunità. Chiedetelo con forza alle Istituzioni, chiamate a tutelare il diritto costituzionale dei richiedenti asilo e rifugiati: non solo di essere e dare una casa a questi giovani – attraverso una proprietaria e un’associazione –, ma perché crescano come persone attive, dentro la comunità, e anche dentro la parrocchia”.

L’arcivescovo chiede a tutti di “non essere solo spettatori e giudici, ma collaboratori attivi dentro un progetto di crescita e sviluppo della comunità”. “Chiudersi, disinteressarsi, lamentarsi porterebbe solo a morire lentamente. Può valere la pena tentare questo investimento, questo scatto non solo di umanità, ma anche di intelligenza nel valutare cosa può essere utile a tutta la comunità”.

Monsignor Perego è “disponibile ad “approfondire la questione”. Questa sua disponibilità e competenza l’abbiamo già sperimentata. Le sue indicazioni sono preziose per tutti noi, non solo per le famiglie di Ravalle e vicine frazioni.

Ormai ben pochi sventurati arrivano dal mare mentre non cessa l’allarme, né cesserà finché mostrerà di produrre consenso. Nella trafila di sfruttamento dei profughi questo è quello finale, non meno ignobile di quelli che lo precedono e lo seguono: nei viaggi, nella detenzione, nelle torture, nel lavoro in condizioni di schiavitù, nella manovalanza criminale.

Arrivi, accoglienza, integrazione sono temi non affrontabili a scala comunale e nemmeno nazionale. Certo si va in direzione sbagliata in un’Europa che si richiude come impotente fortezza e ristabilisce confini interni, mentre l’Italia punisce addirittura il doveroso soccorso in mare.

Ci si può sottrarre all’alternativa che viene proposta di essere vittime o carnefici. Restare spettatori è essere complici. Individualmente, in piccoli gruppi, qualcosa possiamo fare. Più in generale un contributo può venire solo da una comunità aperta, ad ogni livello. Comunità aperta è la parola d’ordine di Capitini di fronte alla società chiusa ed alla politica separata e subalterna che si sono affermate nel Paese. Era la primavera del 1948, convegno nazionale del Movimento di Religione organizzato a Ferrara da Silvano Balboni. È passato molto tempo. Non tutto utilmente impiegato.

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