Il verde era un bel colore

Il verde era un bel colore

Su un giornale, Il fatto quotidiano, leggo casualmente: “Pro natura, gli ambientalisti arrivati dalla Resistenza. Fu la prima associazione del genere nata dopo la Liberazione grazie a figure come lo scrittore Dino Buzzati, Fausto Penati del Partito d’Azione e, soprattutto, il professor Renzo Videsott”.

In verità leggo poco i giornali. Escono troppo spesso rispetto alla mia capacità. Ho nostalgia del quindicinale Astrolabio. Unica lettura, quasi quotidiana, L’Osservatore romano, perché di uno stato estero, ma in lingua italiana. Dà il giusto peso, poco, alle nostre sempre più tristi vicende ed è integralmente on line. La notizia però mi interessa e vedo di approfondirla. L’unico che conosco è il poliedrico autore e alpinista Buzzati.

Il legame Ambientalismo Resistenza non può che farmi piacere. Di Buzzati non dico niente se non invitare chi non lo conosce a leggerlo e a guardarne l’opera pittorica. Apprendo che Pro natura, madre di tutte le successive associazioni ambientaliste, è stata costituita il 25 giugno 1948 nel castello di Sarre in Val d’Aosta. Con i ricordati Fausto Penati e Renzo Videsott erano altri dieci provenienti da Aosta, Torino, Trento: Paolo Videsott, fratello di Renzo, i fratelli Bruno e Nino Betta, Benedetto Bonapace, Raffaello Prati, Fausto Stefenelli, Celestino Durando, Jules Brocherel, Albert Deffeyes e Mario Stevenin.

Di Penati, antifascista e rappresentante, del partito nel CLN di Torino ricordo esistere un fondo presso il Museo Piemontese della Resistenza e un suo scritto in memoria di Paolo Braccini, primo comandante delle Brigate Giustizia e libertà, fucilato il 5 aprile del ’44. Braccini, prima dell’esecuzione, scrisse missive ai familiari. Sono in Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, un libro da leggere, che non dovrebbe mancare in ogni casa.

Renzo Videsott, durante la guerra, collabora con Giustizia e Libertà ed è in particolare rapporto con Federico Chabod, il grande storico. È preoccupato della sorte dello stambecco. Così in suo diario annota 18 agosto 1944 Come devo fare per armonizzare una difesa dello stambecco? Per evitare che questa specie animale preistorica, che quest’estremo rappresentante della fauna post-glaciale scompaia sulle Alpi Italiane in questo 1944? La cura del Parco nazionale del gran Paradiso, del quale sarà poi Direttore, è la sua principale occupazione dal ’45 in poi.

Un gruppo consistente proviene dal Trentino. Il fratello minore di Renzo, Paolo Videsott, è agronomo. In prigionia in Germania incontra i fratelli Betta: Bruno e Nino, insegnanti di filosofia e lettere, interessati alla protezione della natura ed alla memoria della deportazione. Benedetto Bonapace, è un giovane ed è il solo con la preparazione di naturalista. Angelo Raffaello Prati è insegnante e traduttore di Rilke. Fausto Stefenelli è alpinista e protezionista. L’orso bruno, da tutelare, prima e durante la guerra (anche dopo) è per lui come lo stambecco per Videsott. Dino Buzzati sul Corriere della Sera del 27 giugno 1948 ne parla come il “più dolce, benigno e candido uomo che si possa desiderare”.

Di Torino è Celestino Durando, cacciatore e direttore de Il fucile e la lenza, giornalista e scrittore. Infine gli aostani. Jules Brocherel, direttore della rivista Augusta Praetoria, è un etnologo, studioso di storia valdostana e cultura alpina. Albert Deffeyes, già aderente all’antifascista La jeune Vallée d’Aoste, esule in Svizzera dal ’43 al ’45, al ritorno è tra i fondatori dell’Union Valdôtaine. Muore a ’49 anni nel ’53. Mario Stevenin collaborerà strettamente, come segretario, con il direttore del Parco nazionale del gran Paradiso.

L’associazione è appena costituita e Stefenelli si interroga sulle prospettive: Se attecchirà, è da prevedere che si formerà più di una corrente: chi lo interpreterà da un concetto prevalentemente etico-religioso, chi sarà più concretamente naturalistico, chi vorrà improntarlo a carattere sociale, educativo. Non lasciamoci spaventare: in realtà il Movimento è tutto questo e le varie correnti non ne saranno che il lievito indispensabile perché continui ad essere vitale. Guai anzi se ci imbottigliassimo con un tappo smerigliato ed un’etichetta stampata. Quello che importa è di conservare il Movimento, con la risultante dei vari indirizzi, la sua direzione giusta: riportare l’uomo nell’armonia della natura.

Quando, anni dopo, quegli orientamenti si traducono nella proposta politica dei “verdi” c’è chi si preoccupa, senza troppo successo, per farne un partito altro e non un altro partito. Tra questi è certamente Langer, impegnato a proporre un catalogo di virtù verdi, a intervenire con buoni esempi nell’economia, nella scienza, nella tecnica, a riconoscere la sproporzione tra la grandezza dell’intuizione e l’incarnazione in liste e candidati, a invitare ad essere non solo “verdi” ma anche esperti, a praticare una buona semina “verde”… Com’è andata lo sappiamo.

Con tutti i loro limiti credo però che i “verdi” abbiano dato un contributo positivo e così io ho associato all’ambientalismo quel colore, che non mi è spiaciuto, pur non essendo il mio preferito. Ma un partito si impossessò di quel colore proponendo le camicie verdi. Sono divenute camerate delle camicie nere fasciste e delle camisas azules (azzurre) franchiste. Anche di un aggettivo mi sento defraudato, padano (caro a me da sempre amico del Po), e di parole belle divenute quasi impronunciabili, come lega o federalismo. Così ho accolto come elemento positivo di quel partito, pur nella sua attuale orrida configurazione, l’abbandono della parola federalismo per sovranismo e l’annuncio dell’adozione del colore blu in luogo del verde, restituito ad uso più civile e vitale.

Un po’ mi spiace per il blu, che non ha nessuna colpa. Vedo che ci sono varie interpretazione di questa scelta, io penso derivi dal colore della felpa del capo Lestrigone. Posso già intravvederle: falangi di Biechi Blu che avanzano. Sapremo convertirle. Mi conforta anche il non praevalebunt, posto nell’intestazione de L’Osservatore romano.

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