La scuola è un organo costituzionale? No, la scuola è un prodotto da vendere

La scuola è un organo costituzionale? No, la scuola è un prodotto da vendere

Ha fatto scandalo la notizia che una scuola romana avrebbe presentato le sue diverse sedi caratterizzandole in modo classista. Forse i termini sono stati incauti, ma si trattava di attuazione della “Scuola in chiaro”, attraverso il Rav (Rapporto di autovalutazione).

È così che funziona sempre meglio la “buona scuola”. Le famiglie possono scegliere tra privato e pubblico e, anche nel pubblico, l’offerta più convincente. Ancora gli insegnanti pubblici non hanno una regolare attività extra moenia a pagamento come i loro colleghi sanitari, ma ci arriveremo. Così intanto ogni scuola cerca di vendersi al meglio. Eduscopio, della Fondazione Agnelli, fornisce una guida utile e aggiornata. La chiami “qualità formativa” ma rappresenta lo “status socioeconomico” delle diverse scuole. Lo rileva Marco Romito sulla rivista Il Mulino. Rileva pure che il classismo, dichiarato o no, nella scuola prosegue, e fornisce una serie di esempi. Credo abbia ragione.

Capitini aveva la “religione dell’educazione”, come Piergiorgio Giacchè felicemente titola un’antologia di scritti pedagogici. E alla scuola pensava come luogo eletto di crescita e liberazione. Lo era stato nella sua personale esperienza. Era la sua persuasa proposta già nello scritto Liberalsocialismo pubblicato anonimo con firma “dall’Italia” su Quaderni italiani n.1 da Bruno Zevi a Boston nel 1942. Il testo è del 1937 e fin da allora circolava clandestinamente in Italia.

Senza educazione e rivoluzione intima gli innovatori di domani assomiglieranno troppo ai reazionari infuriositi e subdoli di oggi, dai quali è bene scindersi, e staccare ogni responsabilità.

L’educazione da propugnare non è soltanto tecnica. Certo anche essa è importante, e lo studio dei singoli problemi va compiuto religiosamente come religiosamente si raccolgono le pietre per la costruzione di un tempio. La cultura per tutti gli strati di un ordinamento è importantissima. L’insufficienza di cultura porta sempre il prevalere della burocrazia e del militarismo. Ma la cultura ha la sua ragione più profonda nella coscienza che stabilisce e innova i fini. La tecnica è strumento dell’anima, e l’anima auspica la libertà e la socialità”. La scuola è importante e “una collettività elevata…vi favorisce organi di discussione e di libero studio che impediscano il meccanicizzarsi, poiché la scuola deve tenere vivi i due principî della ricerca e della socialità; tutto il resto è particolarismo”.

Questa idea della scuola non era solo sua. C’era nell’immediato dopoguerra Nell’Adsn (Associazione per la difesa della scuola nazionale), trasformatasi nel 1959 in Adesspi (Associazione per la difesa e sviluppo della scuola pubblica in Italia), perché la scuola doveva essere difesa dai suoi nemici e pure sviluppata. Non è stata difesa bene evidentemente e si è sviluppata proprio male. Non ha superato impostazioni che riproducono le differenze di classe, come denunciato da don Milani, e ha mancato al suo compito essenziale.

Al terzo Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma 11 febbraio 1950, Piero Calamandrei afferma: “La scuola, come la vedo io, è un organo costituzionale. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione… Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo”.

Occorre interrogarsi su cosa possa e debba essere la scuola, nell’interesse di ciascuno e di tutti. Ci sono carenze gravi che non si risolvono con aggettivi gratificanti o confidando nelle virtù taumaturgiche della libera scelta dei genitori e poi degli studenti e della libera competizione tra le scuole. La scolarizzazione di massa ha quasi eliminato l’analfabetismo più radicale, che però ritorna e forse non se ne è mai andato via, nella forma almeno dell’analfabetismo funzionale. Gli italiani detengono il record nell’Unione Europea nel non capire quello che è scritto, nel non sapersi esprimere correttamente con la scrittura, nel non comprendere una statistica, nel non saper eseguire semplici calcoli. Lo sappiamo anche perché spesso se ne vantano sui social che frequentano.

C’era una volta il maestro Manzi. Un centro intitolato a lui è presente presso la Regione Emilia Romagna. Può farsi centro e laboratorio, in parte lo è già, per combattere questo analfabetismo, che gli insegnanti, di ogni ordine, sono i primi a rilevare, denunciare, senza sapere che fare per porvi rimedio. Mi piace pensare al ritorno del maestro Manzi, al riscatto di vecchi e nuovi analfabeti. “Non è mai troppo tardi” amava dire lui e lo ha mostrato in pratica. Per molti aspetti credo sia “troppo tardi”, visto il successo di politici “reazionari infuriositi e subdoli” sostenuti da tanti analfabeti funzionali, abilmente sedotti. Ma dico io “meglio troppo tardi che troppo mai”.

 

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