Le brave persone e i cattivi maestri

Le brave persone e i cattivi maestri

Brava persona, gran lavoratore, padre di famiglia severo: uomo di animo buono, a detta di tutti, il mio vicino di casa nel paesello delle vacanze in appennino.

Stridono le parole con cui giudica gli “extracomunitari” arrivati anche quassù: pochi sopportabili – in genere colleghi di lavoro – ma per lo più islamici infidi, gentaglia, parassiti invasori che vanno fermati a tutti i costi, anche sparandogli. Lo dice e fa effetto in bocca a una persona certamente di animo non cattivo: quanta paura ci deve essere dietro quelle parole. E forse avrebbe sparato anche ai ladri, se lo erano, che una notte si aggiravano nella piazzetta davanti a casa. Ma non è riuscito a trovare le cartucce e ha dovuto accontentarsi di stare alla finestra brandendo il fucile scarico. Una brava persona, un uomo buono. Schierato a difesa del suo territorio come un segugio del suo giardino. Con l’istinto, piuttosto che con la ragione. Un uomo buono in trincea, prigioniero dei pregiudizi, accerchiato da nemici immaginari, vittima della povertà culturale, relazionale, ideale. Ma soprattutto privato di informazioni serie e di notizie vere, quelle che ti permettono di sapere, non di immaginare, di conoscere e non di inventare. Difensore di un mondo arroccato nella puerile convinzione di sfuggire alla storia, alla pluralità inevitabile delle differenze che si incontrano, dei popoli che si mescolano, delle persone che si spostano spinte da miseria o disastri umanitari, dalla globalità che spazza via le tribù e le bugie sulla purezza delle appartenenze.

Non c’è purezza di radici né di razza, penosa invenzione sempre, tanto più in un paese come l’Italia che è mescolanza di etnie e di genti.

L’ignoranza alimenta pregiudizi. E dai pregiudizi si passa in fretta alla paura.

Perchè la diversità spaventa, costringe a prendere misura con altre umanità, a vincere il timore di alterità strane e curiose nell’aspetto fisico, nel colore della pelle, nel modo di vestire, nella lingua e in cose più profonde come la fede e l’idea del mondo e della vita.

Ma c’è un potente antidoto alla paura: il dialogo che fa da anticamera alla reciproca conoscenza, all’incontro tra persone, vestite solo di sentimenti e umanità. Le persone “nude”, spogliate da apparenze e da esteriorità, sono la risposta alle paure e alle prevenzioni. Scoprirsi e incontrarsi, accogliersi e rispettarsi è più di una possibilità. E’ un obbligo per la società del futuro, plurale e molteplice, più ricca per questa molteplicità. Lo diceva e lo scriveva profeticamente Alexander Langer più di vent’anni fa, con intelligenza e lungimiranza che ancora illuminano la strada che è giusto percorrere.

Se no? Se no è difesa tribale del villaggio minacciato da invasori stranieri, comunque nemici, è guerra, è odio. E’ abbandono dell’umanità. E’ barbarie.

La differenza è grande, opposta, come tra la vita e la morte.

Su queste cose è difficile bluffare, e la responsabilità di chi ha ruolo pubblico e istituzionale è grande: deve sapere parlare a tutti e dare un messaggio chiaro. Il mio vicino deve sapere se è in guerra, se può caricare il fucile e usarlo contro i presunti nemici che lo minacciano, se la situazione in cui vive lo richiede, se la morale di questi tempi lo ammette, se va bene oppure no. Se a dire di no sono io, buonista ingenuo e senza palle, non ho speranza.

Qualcun’altro, per lui meritevole di ascolto, glielo dovrebbe dire con chiarezza. E in realtà glielo dice, con l’autorità (lasciamo stare l’autorevolezza) di chi oggi sta al potere testimoniando che la ragione può addormentarsi e possono liberarsi gli istinti, anche i più bassi. La legittimazione della violenza ha peraltro degna cornice nell’arroganza dei modi e nella volgarità del linguaggio. Cattivi maestri che alimentano le paure delle brave persone. Come il mio vicino, brav’uomo e onesto lavoratore, che prima o poi il fucile lo usa, convinto di fare bene, perché la vita di oggi si affronta così, armi in pugno contro troppi nemici. Come gli altri onesti cittadini che sparano, uccidono a botte, aggrediscono, o semplicemente fanno il tiro al bersaglio contro altre persone preferibilmente di colore diverso e più indifese. Brave persone, che andrebbero aiutate a crescere e a orientarsi nei valori della vita, da veri maestri e non da bulletti privi di senso etico e di umanità.

Vittorio Venturi – Centro territoriale del Movimento Nonviolento di Modena

 

 

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