L’ignoranza non è più beata

L’ignoranza non è più beata

Gli italiani sono i più ignoranti in Europa e dodicesimi nel mondo. Lo certifica l’annuale classifica Ipsos Mori. Non conosciamo dunque il mondo in cui viviamo. Agiamo senza competenza e lucidità. Gli effetti sono sempre più evidenti.

Io, certo, ne capisco sempre meno. Il socratico “so di non sapere” mi induce, ancora, a cercare di informarmi, a parlare se ho qualche conoscenza di quello che dico. È un’attitudine per niente diffusa. Vedo ripetere evidenti falsità con apparente convinzione, aggressività e arroganza in Parlamento, al Governo, in televisione, sui social, sui giornali, dal barbiere, al bar, per strada…

Succedeva anche una volta. Leggo nell’epistolario di Spinoza in conclusione di una lettera “L’Aia, 2 giugno 1674, al gentilissimo e prudentissimo Jaring Jelles… Sorridendo tra me, pensavo che i più ignoranti sono anche i più audaci e più pronti ascrivere. A me pare che espongano la loro merce come i rigattieri che mettono al primo posto sempre le cose peggiori: dicono che il diavolo sia astutissimo, ma a me questa gente sembra superarlo di molto. Sta bene”. Spinoza si riferisce a un libro che, con scarso fondamento, contesta le sue posizioni. Non ne tratta. Si limita a dire che l’ha visto.

Ma l’ignorante di Spinoza doveva leggerselo, scriverne un libro, trovare un editore… Oggi è tutto più semplice. Ci sono certo spudorati mentitori e interessati diffusori di menzogne, ma tanti sono gli ignoranti convinti di non esserlo. Con passione scrivono (cioè copiano, incollano, tagliano, riproducono, incanagliscono scritti di bugiardi professionisti) e mettono in circolo sui social. Fruiscono di una sacrosanta libertà di espressione: articolo 21 della Costituzione “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Vero che non si tratta quasi mai di pensiero e neppure proprio, ma la censura farebbe guai peggiori. Se lo scritto, la cui veracità è irrilevante, diventa virale il successo è assicurato. Cioè il virus (non il verus) si diffonde, veloce e capillare. Infetta dove arriva, in modo acuto o cronico. L’intero tessuto sociale ne risente.

Scrivono, parlano, urlano, votano, fanno cose brutte. Non interessa loro, né io so perdonarli “perché non sanno quello che fanno”. I danni che procurano sono straordinari e crescenti. Quando posso provo a invitare a informarsi con impegno. L’ignoranza però è penetrante e contagiosa. Riguarda sia la conoscenza dei dati più generali che le realtà più vicine e accertabili.

Rende più difficile affrontare i problemi, che pure ci sono, molti e complessi. Crediamo (e qualcuno lavora e specula per questo e su questo) che i vecchi, gli immigrati, i disoccupati, i musulmani, i reati siano un multiplo del dato reale (due, tre, quattro, cinque e ancor più volte). Ignoranti e impauriti siamo pronti ad accettare risposte illusoriamente semplici. I problemi non lo sono. Richiedono la collaborazione e la consapevolezza di tutti per essere almeno affrontati e non aggravati

Viene da rimpiangere la “beata ignoranza” che, si dice, ci sarebbe stata una volta, sostituita da una ignoranza infelice, ringhiosa e rancorosa. È già successo, sta succedendo ora. Eppure gli strumenti per uscirne sono a disposizione come non mai in passato. È che l’ignoranza in qualche modo rassicura, chi ci sta e chi ci specula. Ha ragione Aldous Huxley: “Il più delle volte l’ignoranza può essere vinta: noi non sappiamo perché non vogliamo sapere”.

L’ignoranza è peggiore della conoscenza, ma liberarsene non è facile. È un processo di liberazione che costa impegno. Va ripetuto. Non si compie una volta per tutte.

Un vaccino non c’è. Ci fosse saremmo no vax.

  1. Esiste infatti, purtroppo, un analfabetismo di ritorno: per imparare, conoscere e dunque fare si hanno a disposizione molti più strumenti rispetto al passato, ma non si sa come utilizzarli o non si utilizzano affatto. La ricerca del piacere, effimero, impoverisce le nostre esistenze che non conoscono più la vera gioia della scoperta e la soddisfazione dell’aver prodotto qualcosa tramite il lavoro, intellettuale o manuale che sia. Con una simile situazione non può che derivare una diffusa frustrazione e dunque violenza. Bello questo articolo di Daniele.

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