Primo l’ascolto

Primo l’ascolto

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, dice Bonhoeffer, che ascolto lo merita.

Ascoltare il prossimo non è semplice. È un’attività alta e complessa. È un’audizione, come in tribunale, come a un concerto. Richiede orecchio, applicazione e conoscenza. Il bravo medico ausculta e comprende dove il male si annida. Ho letto di ascolto attivo. Quello che più ricordo è che quando l’altro parla è bene mostrare attenzione, fare pure sì, sì con la testa o almeno evitare di mostrare eccessivo disgusto. Su FB si esprime con pollice alzato o simili.

Le sette regole d’oro dell’ascolto le ho imparate da Marianella Sclavi, o meglio ho imparato che ci sono. Quando ne pratico anche solo taluna i risultati sono straordinari. Le ricordo per chi non le conosce già. “1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca. 2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista. 3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva. 4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico. 5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze. 6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti. 7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé”.

Ascoltare e parlare non uno senza l’altro” raccomanda Capitini. E ascoltare vien prima del parlare

Io sono nei guai già qui. Mi applico, ma non sopporto chi parla mentre lo sto interrompendo o pretende di completare la domanda alla quale sto già finendo di rispondere. Pure conosco che già nei Pirqè Avot (Massime dei padri) è scritto: “In sette cose l’uomo intelligente si distingue da uno stupido. 1 L’intelligente non parla dinanzi a chi è più grande di lui in sapienza. 2 Non interrompe il discorso di un altro. 3 Non si affretta a rispondere. 4 Fa domande pertinenti e risponde in maniera appropriata. 5 Dice all’inizio ciò che va detto all’inizio, e alla fine ciò che va detto alla fine. 6 Di ciò che non ha mai udito, dice: “Non l’ho mai udito”. 7 È disposto a riconoscere la verità. Per lo stupido è tutto il contrario”. Però sono disposto a riconoscere una opinione più convincente di quella con la quel sono partito nella discussione.

Ascoltare e parlare è motto e metodo sperimentato nei Centri di Orientamento Sociale, da Capitini proposti e diffusi nell’immediato dopoguerra. Libere e appassionate assemblee, germi di democrazia partecipata e dal basso, capaci di affrontare criticamente, con crescente competenza, ogni tema di interesse, “dalle patate agli ideali”, non le une senza gli altri, raccomanda sempre Capitini. Uno straordinario esempio c’è stato proprio a Ferrara, oltre che a Perugia e a Firenze. Ma i partiti preferirono prediche e agit prop a libere assemblee. Non sto a dire la sorte che hanno avuto e i tentativi di riproporne lo spirito nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Certo non hanno cittadinanza nei luoghi di livore che i social, sempre più, rappresentano.

Viviamo in una comunità sempre più complessa e differenziata. Un ascolto, come quello al quale ho accennato, sempre utile, diviene quindi indispensabile. Le cose che diciamo hanno significati differenti quanto sono molto differenti gli interlocutori, sia che parliamo di scuola, di salute, di igiene, di comportamenti quotidiani… Quello che diamo per scontato rende più facile la comunicazione tra persone che condividono medesime esperienze e convinzioni. Queste si fanno invece sempre più differenti per ragioni di sesso, età, formazione, status, provenienza… Dare per scontato per gli altri quello che è scontato per noi rende invece difficile se non impossibile la comprensione. Dietro a comportamenti e atteggiamenti “incomprensibili” vi sono motivazioni e ragioni. Vanno riconosciute e apprezzate, non condivise, perché ascolto e parola abbiano significato.

Se questo non si fa, allora non c’è possibilità per i nostri monologhi di farsi dialogo, anche se possono assumerne l’apparenza. Sono solo chiacchiera, disinformata e sempre più aggressiva con l’approfondirsi della reciproca incomprensione. Non quella in fondo innocua stigmatizzata dal pappagallo Laverdure, nel caffè ristorante la Cave de Turandot, Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire, Chiacchieri, chiacchieri, è tutto quello che sai fare. Il contenuto e il tono dei messaggi variamente postati fa apparire gentile e appropriato come risposta il motto di Zazie: Mon cul! (Raymond Queneau, Zazie dans le métro). Poi succede, nei casi migliori, di pentirsi ma (Metastasio) Voce dal sen sfuggita poi richiamar non vale: non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì. È Giuseppe Stoppiglia – che mi onora della sua amicizia – a ricordarmi una regola per la parola pronunciata (e scritta) secondo un proverbio arabo: Ogni parola, prima di essere pronunciata dovrebbe passare per tre porte. Sulla Prima c’è scritto: è vera? Sulla seconda: è necessaria? Sulla terza: è buona? Anche i silenzi richiedono ascolto, dice Giuseppe: “Sarebbe necessario un filtro che regolasse l’effluvio del nostro linguaggio. Anche il salmista biblico, travolto dal male del vivere e dallo scandalo dell’ingiustizia trionfante, non esitava a confessare: ‘Vigilerò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua, metterò il morso alla mia bocca’. Ciò non toglie, però, che esistano parole vere necessarie e buone e ometterle è un peccato. Quante volte una frase profonda e amorevole, detta con sincerità, può trasformarsi in una mano che solleva l’altro da un abisso di desolazione. Poeta è colui che ascolta i silenzi. Quando sono i più alti silenzi, egli diventa profeta”.

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