Tutte le guerre si perdono

Tutte le guerre si perdono

Tutte le guerre si perdono. Tutti ci perdono. Come in Iraq e Afghanistan, costate, non stiamo a contare i morti, solo agli Usa, 6mila e 400 miliardi di dollari. È il Paese che spende più di tutti i rivali insieme, in quella che chiama difesa. Lo apprendo da un articolo recente di Gianni Riotta. Parla di un’altra, connessa, sconfitta, quella nella War on Poverty, guerra alla povertà.

L’aveva proclamata nel ’64 Lyndon Johnson, investendo in sanità, pensioni, istruzione, edilizia pubblica, con buoni risultati. Se li è rimangiati la guerra del Vietnam. Un americano su quattro era povero. Dopo Johnson uno su cinque. Con Obama si giunge a uno su dieci. Ora Riotta ci dice della coda di automobili, 50 chilometri a Houston, in attesa di un pasto gratis: tacchino surgelato, verdure e tortina, per la tradizionale cena del Ringraziamento. Un americano su otto salta i pasti per miseria, 26 milioni ogni giorno. Le case dove vivono bambini hanno numeri peggiori, una su sei non ha abbastanza soldi per colazione, pranzo e cena. Sono i nuovi poveri che neppure “sanno comportarsi da poveri”, scrive Riotta.

Anche in Italia la stessa guerra la stiamo perdendo. Lo attesta la Caritas. Raffronta i dati da maggio a settembre di quest’anno con gli stessi mesi del 2019. I cosiddetti nuovi poveri passano da meno di un terzo a quasi la metà! Per la prima volta sperimentano condizioni di disagio e di deprivazione tali da chiedere aiuto. La pandemia ha aggravato le forti disuguaglianze, cresciute nel decennio precedente. Le prospettive restano cattive, nonostante interventi e “ristori”.

Nella parte più povera del mondo le cose vanno anche peggio. La tedesca DW – corrisponde alla nostra Rai – lo riprende da un recente rapporto, su 47 paesi “meno sviluppati”, della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. È la peggior recessione degli ultimi 30 anni. 32 milioni di persone si vanno aggiungendo a quelli già viventi nella povertà estrema, cioè con meno di un euro e mezzo al giorno.

Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo è il primo obiettivo dell’Agenda 2030. Il secondo è Porre fine alla fame. L’ha adottata cinque anni fa l’Assemblea Generale dell’ONU. Ci sono altri 15 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. I 17 obiettivi dell’Agenda ereditano e sviluppano gli 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio, indicati dall’Assemblea dell’Onu venti anni fa. Allora il primo era Eliminare la povertà estrema e la fame. Nel 2010 già la percentuale di persone in povertà estrema era dimezzata. L’ambizioso obiettivo di eliminare a ogni forma di povertà è irraggiungibile se ai poveri di sempre ne aggiungiamo di nuovi.

È impossibile se non riconosciamo – non si stanca di dircelo Riccardo Petrella – che “la povertà non è un fatto naturale. Non cade dal cielo, come la pioggia. Nessuno nasce povero o ricco. Lo si diventa. È la società che produce i fenomeni d’impoverimento o di arricchimento, processi di disuguaglianza e di esclusione sociale tra gli esseri umani”. Nella Dichiarazione che formula gli obiettivi ci si sofferma lungamente sull’obiettivo 1. Si parte dall’affermazione che “sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile”. Si giunge, attraverso una serie di considerazioni, a “Possiamo essere la prima generazione che riesce a porre fine alla povertà; così come potremmo essere l’ultima ad avere la possibilità di salvare il pianeta”. Meglio sarebbe dire salvarci. Il pianeta potrebbe stare bene anche senza di noi.

La povertà nega i diritti umani proclamati dall’Onu fin dal 1948. Per questo, è illegale. Non è la pandemia a produrla, ma la evidenzia. È una buona occasione per riconoscerla e porvi rimedio. In dodici punti è condensata la riflessione di Petrella. Eccoli: 1. Nessuno nasce povero né sceglie di essere povero 2. Poveri si diventa. La povertà è una costruzione sociale 3. Non è solo né principalmente la società povera che “produce” povertà 4. L’esclusione produce l’impoverimento
5. In quanto strutturale, l’impoverimento è collettivo 6. L’impoverimento è figlio di una società che non crede nei diritti di vita e di cittadinanza per tutti né nella responsabilità politica collettiva per garantire tali diritti a tutti gli abitanti della Terra 7. I processi d’impoverimento avvengono in società ingiuste 8. La lotta contro la povertà (l’impoverimento) è anzitutto la lotta contro la ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice (l’arricchimento) 9. Il “pianeta degli impoveriti” è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni
10. Le politiche di riduzione e di eliminazione della povertà perseguite negli ultimi quaranta anni sono fallite perché si sono attaccate ai sintomi (misure curative) non alle cause (misure risolutive)
11. La povertà è oggi una delle forme più avanzate di schiavitù perché basata su un “furto di umanità e di futuro” 12. Per liberare la società dall’impoverimento bisogna mettere “fuori legge” le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali collettive che generano ed alimentano i processi d’impoverimento.

Tutte le guerre, a quanto pare, si perdono. Ma questa è speciale. Vale la pena combatterla.

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