Viviamo in un’economia di guerra

Viviamo in un’economia di guerra

Stiamo vivendo un periodo storico estremamente contradditorio e complicato, dove finiamo per scontrarci per un vaccino fatto o rifiutato, per un’azione giusta o sbagliata, per l’adesione o il sospetto verso le tecnologie.

Temi attuali ed importanti, occasioni per andare a cercare dentro il conflitto ed imparare. Ma anche forse solo una parte di un problema molto più grande: quello dell’economia della guerra, che subiamo tutte e tutti.

In guerra con la natura

Continua senza sosta la guerra che non si è mai fermata: quella di predazione della natura, della nostra madre Terra. Avviene a livello del suolo, coi disboscamenti, gli incendi, l’uso di pesticidi e di sementi modificate geneticamente, le speculazioni edilizie, le espropriazioni industriali e militari, gli allevamenti intensivi. Avviene a livello del sottosuolo, attraverso un’estrazione continua di idrocarburi e, al contempo e in ottemperanza all’ era tecno e green con i i computer e gli smartphone dappertutto e l’elettrificazione dei mezzi di trasporto, l’accanita ricerca di minerali rari, come il litio, il cotlan, il cobalto, la cui estrazione mineraria rischia di far saltare interi ecosistemi. Questa guerra non risparmia l’acqua: i continui sversamenti di petrolio e carburanti nei mari, le “isole” di plastica negli oceani, la contaminazione dei fondali, delle coste e degli stagni costieri, così come l’inquinamento delle falde acquifere, da parte dell’industria e di una zoo-agricoltura intensiva, ci stanno pian piano sottraendo l’elemento base della vita. Né certo la guerra contro la natura risparmia l’aria, la sostanza che respiriamo: la riempiamo di anidride carbonica fino a creare una vera e propria cappa nell’atmosfera, in larga misura responsabile del brusco innalzamento medio della temperatura e dei cambiamenti climatici, col conseguente aumento degli eventi catastrofici, come siccità, alluvioni, uragani, tempeste.

Questa guerra è portata avanti da un sistema economico-finanziario basato sul profitto e che usa tutte le sue armi per mantenere ed ampliare il proprio potere, cieco davanti alle conseguenze dei suoi atti, sordo davanti alle grida degli altri esseri, col fiuto riservato al denaro, ruvido, senza più tatto, col gusto di metallo del comando.

Le guerre fra gli stati e i popoli

In relazione a questo principio di accaparramento selvaggio delle risorse naturali si sono, fin da tempi remoti, scatenate le guerre fra gli uomini, fra le nazioni, fra i popoli. Per rimanere agli ultimi cento, centodieci anni: abbiamo avuto due guerre mondiali, una guerra fredda, l’egemonia USA, e poi un’infinità di scontri locali o macro-regionali, che hanno interessato per lo più il Medioriente, l’Africa, il sud-est asiatico e l’America Latina, ma che si sono concretizzati anche in Europa, col conflitto balcanico.

Oggi, oltrepassati i primi venti anni del terzo millennio, ci ritroviamo davanti a guerre quasi secolari, come quella fra palestinesi e israeliani, o fra russi ed ukraini, o a guerre nuove, per l’accaparramento delle risorse idriche, o delle risorse minerarie, come qua e là in tutti i continenti. Dietro queste guerre si annidano gli interessi delle multinazionali finanziarie e quelli delle grandi potenze politico-militari, per avere accesso alle risorse, o per contrastare chi può averne accesso. Viviamo in un’economia di guerra, dove la produzione e la vendita di armi sempre più sofisticate e letali fa il paio con i proventi miliardari delle ricostruzioni post-belliche.

Il conflitto uomo-natura e le guerre fra Stati appaiono quindi fenomeni intimamente allacciati e che si alimentano a vicenda. Per fare un esempio, così come l’estrazione di diamanti da parte di potentati economici senza scrupoli diventa causa di guerra fra le popolazioni dell’Africa centrale, le stesse ostilità armate e i massacri fra i civili portano a loro volta ad ulteriori catastrofi ambientali, quali incendi, avvelenamenti delle acque, distruzione dei raccolti, carestie. Similmente le guerre per il controllo del petrolio e del gas in Iraq, in Libia, in Siria hanno portato, oltre ad innumerevoli eccidi, ad ulteriori predazioni delle risorse e a nuovi squilibri ambientali che, con molte probabilità, diventeranno carburante per altre guerre fra gli uomini.

Uscire dal cerchio

Uscire da questo circolo vizioso sembrerebbe oggi impresa impossibile.

Abbiamo alterato e stiamo avvelenando tutti gli elementi che consentono la vita umana e mammifera sulla Terra, innescando processi che appaiono sempre più irreversibili. Il sistema capitalistico del profitto e delle diseguaglianze sociali ha trovato nella globalizzazione la sua apoteosi e, insieme, l’inizio del suo declino. Perché diventerà presto sempre più chiaro a tutti che salvarsi dalla catastrofe planetaria non sarà possibile, mantenendo questo sistema.

Il movimento internazionale giovanile lanciato da Greta Thumberg rappresenta una scossa importante e le nuove generazioni stanno facendo forse un piccolo salto storico, riguardo alla coscienza dell’equilibrio uomo-natura, proprio nel momento in cui sono potenzialmente più a rischio di assuefazione alla “virtualità” delle nuove tecnologie di massa. Tuttavia questa generazione dovrà avere del tempo per comprendere meglio i legami fra il conflitto uomo-natura e il conflitto uomo contro uomo.

Perché è necessaria ma non basta la contestazione, neppure la ribellione, occorre creare un progetto costruttivo e cominciare a sperimentarlo. Più riusciremo a farlo, più isole di autogestione locale nasceranno, meno saremo dipendenti dall’economia di guerra dei potenti e più convinceremo con l’esempio altri. L’esempio non è solo un corollario della teoria: solo la pratica crea effervescenza, impegno ed unità.

L’economia di guerra in cui stiamo vivendo è lo specchio di un’ecologia rimasta nei libri di scuola. Eppure se in greco antico eikos significa casa, logos significa principio, fondamento, nomos vuol dire ordinamento, possiamo meglio capire che mettere insieme ecologia ed economia dovrà essere l’impegno dell’umanità oggi e nel prossimo futuro.

Carlo Bellisai 2021

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