4 novembre e guerra

4 novembre e guerra

Il 4 novembre in Italia è Festa dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate. Ricorda la fine della guerra di oltre cento anni fa. Si celebra anche nella mia città.

Ho visto il programma: ore 10,00 Afflusso Autorità… Non assisterò all’afflusso, né al seguito. Quand’ero più giovane, pensando ai morti, la contestavo: 4 Novembre non festa. ma lutto. In Etiopia è invece il primo anniversario di una pretesa guerra lampo. Avrebbe dovuto domare la ribellione tigrina. È invece il momento di massima instabilità dell’Etiopia e dell’intera regione.

Non torno sulle origini del conflitto se non per dire che dopo tre settimane dall’intervento il governo ha dato per risolta la questione. Sbagliato! Lo scontro ha fatto emergere la fragilità del paese e delle sue istituzioni. Non sono solo i 6 milioni di tigrini, sui 110 milioni di etiopi, ad essere scontenti. Ai ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigrè si sono aggiunti quelli dell’Esercito di liberazione degli Oromo. È questa la più numerosa – ne fa parte lo stesso primo ministro – tra le oltre 90 etnie presenti nel paese. Lo scontro tra gruppi etnici, e al loro interno, ha posto nel nulla il tentativo “unitario” del primo ministro. L’elezione di Abiy Ahmed, nel 2018, è stata salutata con molte speranze, sia per l’avvio di riforme che per le relazioni internazionali. In particolare ha posto termine al conflitto con l’Eritrea. Gli è stato attribuito il premio Nobel per la pace nel 2019. Nel 2020 è l’azione nel Tigrè.

Non dirò di una guerra, che vede il prevalere a terra delle forze ribelli, mentre dal cielo l’aviazione etiope bombarda, assistita da droni – di fabbricazione turca e forniti dagli Emirati Arabi Uniti – in partenza da basi eritree. La collaborazione tra il governo etiope e quello eritreo prosegue dunque in modo significativo. Che l’esito della guerra fosse questo è chiaro fin dalla conquista di Kombolcha e Dessiè. Quest’ultima, sita a 2470 metri di altezza, giusto a metà strada tra Macallè ed Addis Abèba, è considerata di importanza strategica. Di lì alla capitale le forze tigrine non hanno trovato seria opposizione. Non l’ha trovata neppure Badoglio, 85 anni fa, consentendo a Mussolini di proclamare il ritorno dell’Impero e a genitori entusiasti di chiamare Addis i propri figli.

A Dassiè è un campus universitario. Il 22 ottobre sono stati linciati i professori Wollo Birhanu Gidey e Haile Habenom, di origine tigrina, da una folla organizzata dalla Amhara fano (milizia). La milizia non si occupa solo di “pulizia etnica”. Quattro giorni dopo ha ucciso infatti soldati Oromo dell’esercito etiope, non abbastanza impegnati nel contrasto ai tigrini. La milizia opera dunque come la Benemerita nella grande guerra. Dietro ai fanti, mandati all’assalto, ci sono i carabinieri pronti a sparare a chi arretra o esita. Tanta decisione non basta a mutare le sorti della guerra. Il governo etiope ha acquistato armamenti da Cina, Turchia, Emirati e Iran. La domanda è: con quali armi combatte il Fronte popolare di liberazione del Tigrè? Secondo il primo ministro, che è stato rieletto nel luglio scorso, una causa delle sconfitte è la presenza tra i ribelli di combattenti bianchi e neri, non etiopi, e non identificati. Intanto nella capitale, e nelle strade che la collegano, proseguono le retate di abitanti di origine tigrina. L’armata etiope si è dissolve. Si proclama l’emergenza con invito a tutti i cittadini ad armarsi per “seppellire una volta per tutta i ribelli”. 

La posta in gioco è rilevante. L’Etiopia è decisiva per la stabilità della regione. La capitale è pure sede dell’Unione africana, che riunisce i paesi del Continente. Inoltre la sua economia in crescita attira molta attenzione. monarchie del Golfo, Turchia, Iran, Israele, Pakistan, India e pure Usa, Russia, Cina. L’Italia ha rapporti non solo legati al passato coloniale e, per molti aspetti notevoli, potrebbe essere partner dell’Unione Europea. Gli sviluppi della guerra potrebbero condurre ad esiti imprevedibili e preoccupanti.

Un dossier, redatto dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani con la Commissione etiope per i diritti umani, è stato pubblicato il 3 novembre. Denuncia arresti su base etnica, esecuzioni extragiudiziali, torture, rapimenti, violenze sessuali, stupri di gruppo, saccheggi. Più di 1.300 stupri risultano denunciati, ma il numero è certo ben maggiore. Il periodo esaminato va dal novembre 2020 al giugno 2021. Sono violazioni dei diritti umani internazionali, umanitari e del diritto dei rifugiati: crimini di guerra e contro l’umanità. Nella maggior parte sono attribuibili a forze etiopi ed eritree. Non mancano però addebiti per arresti arbitrari e torture effettuate dai tigrini. Il governo etiope accusa di parzialità il documento. Lo stesso contesta il Fronte popolare di liberazione del Tigrè ed il regime eritreo. Il documento è certo parziale e non aggiornato, ma non vi è motivo di dubitare dell’estrema brutalità rilevata.

Oltre all’emergenza militare proclamata dal governo ve n’è una umanitaria. La distruzione dei raccolti e il blocco degli aiuti minaccia la morte per fame soprattutto di bambini e giovani madri. Si parla di centinaia di migliaia di persone a rischio. La distruzione delle strutture sanitarie fa il resto. Si calcolano fra i due e i tre milioni gli sfollati interni e dunque in precarie condizioni, oltre alle decine di migliaia di profughi in Sudan. Anche l’Unione Europea ha condannato l’espulsione di funzionari dell’ONU del 30 settembre scorso: “Le organizzazioni internazionali che operano in Etiopia hanno urgente bisogno di un ambiente favorevole che consenta loro di proseguire le loro attività quotidiane di primo soccorso. La sopravvivenza di milioni di persone, in tutta l’Etiopia, dipende dalla loro assistenza. Le attività umanitarie sono sempre guidate dai principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. La tutela di questi principi garantisce che gli aiuti possano arrivare laddove sono più necessari”. Bisogna far presto e bene – diceva Danilo Dolci – perché qui si muore.

Torno al 4 novembre. Ne vorrei un’immagine non così legata alla guerra. Mi allieta una notizia che non conoscevo. Leggo su il Mulino: il Movimento di Cooperazione Educativa è nato il 4 novembre del 1951. Lo conosco. Dal basso e concretamente ha operato per fare della scuola un luogo di ricerca e liberazione. Ne abbiamo molto bisogno, sempre più bisogno.

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