Il piccolo albero spaventato

Il piccolo albero spaventato

Al principio non è che un piccolo seme solo e tremante catapultato dal vento in un luogo sconosciuto e inospitale. Rischia di essere spazzato via, potrebbe precipitare nel vuoto da un momento all’altro.

È la prima scena de “Il piccolo albero spaventato”, una fiaba di Pat Patfoort per Infinito Edizioni e una storia che ricorda quella di ognuno. Un piccolo libro, illustrato con gli acquarelli di Jannik Roosens, e un tassello in più che Pat dedica a tutti noi piccoli e adulti, ai bambini e ai loro insegnanti genitori e nonni, per educarci alla nonviolenza.

Il seme resiste e mette le prime radici, è un albero grande come il dito di un bambino e, per quanto sembri assolutamente fermo, molte cose avvengono dentro di lui. Questo passaggio subito mi ha commossa per la sua dolcezza. “Niente si muoveva, o almeno sembrava che fosse così. In realtà in lui avvennero tanti cambiamenti”, scrive testualmente Pat, nella traduzione di Rossella Vezzalini rivista dalla nostra amica Angela Dogliotti. L’immobilità solo apparente è un tempo in cui invisibilmente si preparano grandi cose. Mi riecheggiano parole di Capitini che a me sono state trasmesse e su due piedi non so citare alla lettera, ma ci può essere un tempo in cui si ha bisogno di stare soli, di meditare, di far crescere, e poi…

Il piccolo seme diventa alto e forte, bello e orgoglioso di sé, lieto di giocare con le nuvole o di gustare il sole e le stelle. Non c’è niente di male, sottolinea Pat, ad essere fieri delle proprie doti o a gioire per la bellezza che ci circonda.

La storia procede ancora. Quello che abbiamo conosciuto come un seme tremante di paura diventerà un abete capace di affrontare la frana e il temporale, e in grado di prestare aiuto allo scalatore che in mezzo alla bufera, nascosto con la sua corda in una grande palla di neve, gli franerà addosso. Il tronco salva la vita all’alpinista, gli dà certezza nello scendere quando dovrà andare via, e il nostro albero ormai un po’ meno spaventato sarà pieno di gioia per avere avuto un amico.

“Da quasi mezzo secolo sono impegnata nella gestione nonviolenta dei conflitti e nell’educazione nonviolenta”, scrive Pat Patfoort nella sua introduzione ricordando le molte forme del suo lavoro, dalla scrittura di manuali ai corsi di formazione, dalle mediazioni in carcere, ai training nei luoghi di guerra ma anche – e non per ultimo – nell’educazione dei suoi figli e nipoti. Chiunque prenda sul serio un cammino indirizzato alla nonviolenza sa che le relazioni più vicine non sono le più facili da capire e da trasformare, tutt’altro. Forse per questo Pat, svolgendo conferenze e corsi di formazione, avvicina con disinvoltura esempi tratti dal suo lavoro con i profughi Rwandesi a dialoghi con i bambini riconoscendo agli uni e agli altri la medesima dignità.

La trama offre elementi per parlare della paura, delle radici, della gioia, della bellezza, della fiducia, dell’empatia. Ingredienti tutti indispensabili in una crescita verso la nonviolenza. “C’è molta violenza causata dagli elementi naturali in questo racconto”, scrive ancora Pat. “La violenza in natura ci sarà sempre. Ma l’altra violenza, quella di noi esseri umani, in linea di massima potrebbe essere ridotta a zero. Quella della natura dovrebbe essere la sola e unica forma di violenza esistente. È già sufficientemente devastante e drammatica, se pensiamo ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli incendi nelle foreste, ai tornado, alle inondazioni, agli tsunami, ai fulmini… È davvero un peccato che vi si aggiungano ancora tante violenze causate dagli esseri umani, quando è assolutamente possibile porvi un rimedio, sostituendo al modello Maggiore-minore il modello dell’Equivalenza nei nostri comportamenti”, e qui la comprensione è immediata soltanto per chi conosce il metodo di Pat Patfoort, che invito ad approcciare attraverso i suoi saggi o anche solo attraverso il sito www.patpatfoort.be. “Questo libro cerca di offrire un contributo per questo processo”.

A me il piccolo albero solo sulla montagna – nelle ultime pagine lo vediamo, fotografato da Massimo Corradi – richiama anche altri due incontri molto personali.

Il primo è quello che periodicamente si rinnova con un amico fraterno che è monaco a Firenze. Per quanto al suo monastero si acceda dopo una luna gradinata da lì passa il mondo, franando da tanti misteri, dolori o desiderio di bellezza. E per quanto lì frani il mondo, quando arriva la sera il mondo si allontana e un monaco rimane solo. Alla sua testimonianza e al suo affetto un grande grazie.

Il secondo richiamo natalizio è ad un’altra storia fatta di bellezza, di amicizia e di separazione. Per alcuni anni nella mia città l’hanno ripetuta ogni inverno e per quanto io fossi l’unica maggiorenne nella proiezione per bambini, non ha mai smesso di incantarmi. Proprio questa mattina l’ho ritrovata! Certo, lo schermo di un pc ha dimensioni che riducono la magia, ma voglio ugualmente condividerla. Eccola qui e… buon Natale.

 

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