Schiaffi, sberle e altri mezzi di correzione. Tra uso e abuso

Schiaffi, sberle e altri mezzi di correzione. Tra uso e abuso

È della fine di agosto di quest’anno la storia di tre fratellini di Catania che venivano picchiati e umiliati continuamente e immotivatamente dai genitori. Età dei bambini: dai 3 ai 9 anni.

Il più grande, accompagnato dalla madre in ospedale per arginare le conseguenze di una punizione particolarmente dura, è riuscito a raccontare al medico cos’era successo e come questo accadesse continuamente, anche sui fratellini, mentre la donna cercava di imbastire una storia di cadute dalla bicicletta. Le lesioni però dicevano altro ed è scattata la segnalazione all’autorità giudiziaria che ha disposto intercettazioni. Le lesioni così sono state documentate dagli inquirenti, i genitori sono finiti agli arresti domiciliari e i bambini accolti in una casa famiglia.

Questo breve riassunto – che lascia immaginare una storia dolorosa probabilmente trascinata negli anni – dà lo spunto per una riflessione.

Con l’intervento dell’autorità giudiziaria i tre bambini sono stati protetti. Non strappati ma protetti, dal clima irrespirabile nel quale i genitori li costringevano a vivere. Quando la violenza si ripete si finisce per assorbirla dai pori della pelle. Non è solo lo schiaffo di un giorno, è l’attesa del prossimo che induce a vivere nella paura, nell’ipercontrollo, o invece ad allontanarsi dal dolore fino ad assumere – non sempre succede, ma succede – a propria volta uno stile violento. Quanti genitori ho ascoltato, che avevano picchiato i figli e in un momento di riflessione ricordavano di essere stati a loro volta picchiati dai genitori.

La protezione immediata dei fratellini non dice ancora niente su come sarà il futuro per loro e per la relazione con i genitori. Tutto è ancora possibile, gli adulti possono capire e cambiare soprattutto se aiutati a riconoscere gli errori e a non ripeterli, ma non sempre ci riescono né, purtroppo, sempre ci sono i sostegni necessari. L’augurio è che in ogni caso si arrivi al lieto fine, che io riscriverei così: “i bambini vissero felici e contenti”.

A Catania ci sono state le intercettazioni e con un misto di tristezza e soddisfazione penso: meno male. Tristezza perché per raggiungere una prova inconfutabile si è dovuto esporre i figli a nuovi maltrattamenti anziché proteggerli immediatamente, e tutto questo in quanto gli inquirenti hanno ritenuto non sufficientemente probanti le dichiarazioni dei figli. Si sa già cosa avrebbero opposto i difensori: i bambini mentono, fantasticano, ingigantiscono, si fanno condizionare, costruiscono false realtà. Anche un pubblico ministero che dà credito al racconto di un bambino, se non ha per le mani referti medici di sicura evidenza, può richiedere le intercettazioni per spegnere la polemica sul nascere. La soddisfazione è appunto pensare che ora i magistrati avranno l’evidenza della prova e i bambini saranno alleggeriti da due carichi frequenti in questo genere di processi: le contraddizioni interne che si generano in un figlio chiamato a testimoniare contro i propri genitori, e la sicura frustrazione qualora non venga creduto.

Questo uso di picchiare i bambini per educarli (se non per sfogarsi e basta) è piuttosto frequente. Secondo una ricerca di Save the Children (2012) gli schiaffi sono praticati da oltre un quarto dei genitori italiani, quotidianamente dal 5% che sembra pochissimo ma vuol già dire 1 genitore su 20, e così poco non è.

Il significato del gesto cambia nel tempo e nello spazio. La legge italiana è relativamente tollerante. Il nostro codice penale punisce “l’abuso di mezzi di correzione”, con la reclusione fino a sei mesi salvo aggravanti, dunque implicitamente “l’uso” è ammesso. Il reato si definisce così: «Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente» (art. 71 c.p.).

Nella reiterazione scatta un altro reato, quello di maltrattamenti (art. 572 c.p.) per il quale è prevista una pena base più alta (dai 3 ai 7 anni), e potrebbe essere questa la fattispecie più adatta per i genitori di Catania. Resta il fatto che le sberle, finché non si esagera, non costituiscono un problema, e il difficile potrebbe essere individuare il confine tra uso e abuso, con tutte le varianti anche culturali che interrogano il diritto sulla possibilità di tracciare un limite valido una volta per tutte.

Paese che vai, usanza che trovi. Era agosto 2011 quando un uomo italiano venne arrestato a Stoccolma per avere alzato le mani sul figlio di 12 anni, in strada, davanti a un ristorante. Dopo alcuni giorni in cella e altri con obbligo di firma, venne condannato nel giro di poche settimane dal giudice svedese a pagare circa 700 Euro di multa. Ricordo il dibattito sulla stampa italiana e la censura per l’eccessiva severità scandinava.

D’altra parte, aprile 2013, un giornalista italiano, Paolo Hutter, è intervenuto mentre si trovava in Tunisia per fermare un uomo che picchiava il figlio e ha raccontato di avere avuto un bel daffare per portare il fatto all’attenzione della polizia. Le autorità hanno resistito per ore ad accogliere la sua denuncia e hanno capitolato solo quando ha dichiarato di essere un giornalista. L’obiezione era: “Non è un uomo che picchia un bambino. È suo padre”.

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